Strage del depuratore – Il pubblico ministero verso le richieste di condanna

Leone Venticinque, per il Laboratorio politico Vetustissima et Iucundissima

Nel corso dell’udienza di venerdì 30 maggio presso il tribunale di Catania il pubblico ministero Gambino ha proseguito l’esposizione degli atti d’accusa già iniziata durante l’udienza precedente. In risposta alle obiezioni sollevate dalle difese degli imputati che hanno fatto ricorso in appello contro le condanne inflitte al termine del primo grado di giudizio, il pm torna sulle analisi delle acque trattate dal depuratore, analisi che periodicamente avrebbero dovuto comprovare il corretto funzionamento degli impianti, mentre i documenti ritrovati non sono pienamente attendibili. Inoltre la verifica sui luoghi effettuata dalle perizie dopo i tragici fatti ha mostrato una anomala condizione di alcune parti dell’impianto come il digestore, laddove si dovrebbe avere la prima elaborazione depurativa delle acque di scarico.
Le condizioni dell’impianto secondo l’accusa erano tali da favorire il prodursi dei gas tossici che hanno ucciso i sei operai. Si tratta di gas con elevato peso molecolare che si sono concentrati dentro il pozzetto. La scelta dell’amministrazione di Mineo di gestire in proprio il depuratore si è realizzata con impegni di somme molto modeste, che sono serviti a effettuare piccoli interventi straordinari affidati agli operai del Comune, ai quali mancavano le competenze sul funzionamento del depuratore. Un <<malinteso senso di gestione economica>> secondo il pm, un risparmio sbagliato che si dimostra anche dal mancato utilizzo della nastropressa per l’essiccazione dei fanghi che avrebbero dovuto essere estratti dalle acque e smaltiti come rifiuto solido, il che non è mai avvenuto.
Le modalità dell’intervento durante il quale gli operai hanno perso la vita sono tali da confermare la minima conoscenza che avevano delle funzioni e delle varie parti del depuratore, visto che l’intervento messo in atto era sbagliato e a alto rischio, con la discesa in un settore che non doveva essere accessibile e la conseguenza di trovarsi poi, uno alla volta, nella condizione mortale a causa dell’imprevista presenza di gas. Ecco come si è svolta la dinamica dei decessi in sequenza, ciascuna delle vittime ha perso la vita nel tentativo di salvare i colleghi.
Il gas tossico idrogeno solforato è contenuto anche negli scarti di raffinazione del petrolio, il che costituisce secondo l’accusa una concausa della strage. Altri dati forniti dalle perizie sui fanghi evidenziano concentrazioni diverse di idrocarburi nelle varie parti del depuratore, il che comprova l’atto di sversamento dei residui provenienti dalle raffinerie di petrolio, da parte della ditta che aveva fornito l’automezzo e i due tecnici esterni al Comune. Nella cisterna del veicolo era poi stata introdotta acqua per evitare l’indurimento dei residui di idrocarburi rimasti attaccati alle pareti interne.
Nella prossima udienza, fissata per il 13 giugno alle ore 9, verrà completata l’esposizione del pubblico ministero e verranno anche formulate le richieste di condanna per gli imputati.

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