Processo del depuratore – L’arringa dell’accusa (1)

di Leone Venticinque, per il Laboratorio politico Vetustissima et Iucundissima

2012.04.17 – Definita la chiusura della fase istruttoria, si passa all’apertura della fase di discussione, che inizia con l’arringa del pm.
Vista la vastità dei materiali bisognava fare una scelta ai fini della sintesi. La scelta migliore è parsa quella di proporre al collegio il percorso che si è seguito per comprendere cosa è successo e di conseguenza definire i profili di responsabilità penale.
Anche se ci sono state molte consulenze tecniche, in generale un processo penale non si può stabilire in diretta conseguenza dei dati tecnici e occorre sempre un procedimento di lettura e interpretazione del dato che spetta all’ambito giudiziario.
Partiamo dal decesso delle sei persone. A esso si collega la causa di morte, uguale per tutti: avvelenamento acuto da H2S, il gas idrogeno solforato detto anche acido solfidrico.
Dalle analisi medico-legali (autopsia) si ricavano dettagli utili a capire la dinamica dell’incidente, la sequenza dei fatti: la iniziale presenza del solo Pulici nel locale, equipaggiato con gli stivali; la caduta dalla scala di Tumino, poi l’intervento degli altri quattro operai.
Viene citato dal pm uno studio: Le intossicazioni professionali mortali da idrogeno solforato, dell’Istituto di Medicina Legale, 2011. Questo studio è stato condotto su vari casi che mostrano concordanza di circostanze associata alla morte per H2S: gli incidenti avvengono sempre in ambienti confinati, portano alla morte immediata e nell’area è presente un caratteristico odore.
Se a una diversa concentrazione di H2S corrisponde un diverso quadro clinico dei danni alle persone, dalle autopsie degli altri quattro operai si può capire che dopo i primi momenti c’era stato un calo di concentrazione del gas. Il pavimento inclinato della vasca rende precario l’equilibrio, Palermo e Smecca cadono svenuti e sbattono sul fondo mentre per gli ultimi due, Sofia e Zaccaria, la caduta è attutita dal livello dei fanghi che si sta alzando.
I decessi avvengono tra le 13 e le 14, come indirettamente mostra l’orologio rimasto al polso di Zaccaria. Dunque la dinamica dell’accaduto è collocabile tra le 12 e le 13, come si ricava anche dalla testimonianza del pastore Monaco.
A determinare l’incidente è stata una conduzione errata dell’impianto che ha prodotto malfunzionamenti e un accumulo di fanghi dai quali si è generato l’H2S, oppure un illecito sversamento di sostanze tossiche portate da fuori? La prima ipotesi è stata verificata sul campo, attraverso la constatazione dello stato in cui si trovava il depuratore. Settore per settore, a partire dalla griglia in ingresso soggetta a facile ostruzione di materiali solidi, il secondo settore – stacciatura – sempre guasto, i biodischi rotti e non operativi per la loro indispensabile funzione di far fermentare i liquami ossigenandoli, le vasche imof intasate, il sistema di concentrazione dei fanghi mai usato, ecc. Anche l’unità di dissabiatura e disoleatura è risultata non ben funzionante a causa delle sue dimensioni superiori al necessario, visto che l’intero impianto è dimensionato per un numero di abitanti doppio rispetto a quello reale.
Nel complesso, la somma delle disfunzioni ha trasformato l’intero depuratore in un anomalo e indesiderato giacimento di fanghi depositati là a tempo indeterminato, i quali fermentano e generano gas tossici come l’idrogeno solforato. Oltre a produrre gas tossici, i fanghi ristagnanti tendono a diventare compatti e a ostruire le tubazioni, come è avvenuto più di una volta e ha reso necessari gli interventi di ripristino e riparazione. In sostanza, afferma il pm, «i fanghi si sono accumulati perché non si è mai proceduto al loro corretto prelievo e eliminazione. Un impianto ben gestito non avrebbe prodotto le condizioni mortali che hanno ucciso i sei operai».
Riguardo alla ricostruzione degli eventi che hanno preceduto l’incidente la mattina dell’11 giugno 2008, i documenti sono chiari anche perché l’intervento era già stato pianificato e tentato per il giorno 6 giugno. Il pm descrive l’intervento fatto dagli operai la mattina dell’11 giugno 2008 nei modi già trattati nelle precedenti udienze, che hanno evidenziato come il lavoro sia stato fatto in totale difformità rispetto a quanto previsto dal regolamento che, all’art. 66 del Testo unico sulla Sicurezza sul Lavoro dice: «Lavori in ambienti sospetti di inquinamento – È vietato consentire l’accesso dei lavoratori in pozzi neri, fogne, camini, fosse, gallerie e in generale in ambienti e recipienti, condutture, caldaie e simili, ove sia possibile il rilascio di gas deleteri, senza che sia stata previamente accertata l’assenza di pericolo per la vita e l’integrità fisica dei lavoratori medesimi, ovvero senza previo risanamento dell’atmosfera mediante ventilazione o altri mezzi idonei. Quando possa esservi dubbio sulla pericolosità dell’atmosfera, i lavoratori devono essere legati con cintura di sicurezza, vigilati per tutta la durata del lavoro e, ove occorra, forniti di apparecchi di protezione. L’apertura di accesso a detti luoghi deve avere dimensioni tali da poter consentire l’agevole recupero di un lavoratore privo di sensi».
Nella requisitoria del pm hanno trovato posto come plausibili e compresenti entrambe le ipotesi sulle cause dell’avvelenamento delle vittime: quella della cattiva gestione dell’impianto e quella dello sversamento di residui petroliferi provenienti dalla raffineria di Gela. Resta da vedere, e lo si saprà nel corso della prossima udienza, quale sarà la valutazione del ruolo determinante avuto da tali concause, ossia se si possa sostenere che una delle due era sufficiente a uccidere senza bisogno dell’altra, e quale delle due sia allora la causa responsabile in massimo grado di quel che è avvenuto.
Nella prossima udienza, fissata al 18 aprile 2012, verrà completata l’arringa del pm con le specifiche richieste di condanna per gli imputati. Nelle udienze successive, fissate all’8 e 16 maggio (pomeridiane) e al 18 maggio (ore 9) verranno ascoltate le arringhe delle parti civili.

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