Perché la manodopera dei clandestini è la meno cara?

Caporalato, Cgil: “Punire le aziende e tutelare i lavoratori che denunciano”

di Raffaella Cosentino (fonte)

“Ecco come viene prodotto molto del made in Italy agroalimentare.”

2011.11.16 – “A Nardò, abbiamo visto la differenza che c’è tra la manifestazione e lo sciopero, noi useremo l’arma dello sciopero”, dice Ivan Saignet, studente di Ingegneria al Politecinico di Torino e bracciante agricolo stagionale nel salento, dove l’estate scorsa ha guidato il primo sciopero dei lavoratori migranti nelle campagne contro i caporali, intervenuto a Roma all’incontro ‘Stop Caporalato’ organizzato dalla Cgil.
“Siamo arrivati alla legge contro il caporalato perché abbiamo scioperato, noi bloccheremo le loro distribuzioni, la battaglia si vincerà nel campo – continua – Lo dimostreremo alle aziende che non hanno mai rispettato il contratto provinciale in agricoltura. Non solo l’opinione pubblica deve essere sensibilizzata, anche i lavoratori non sanno quali sono i loro diritti”. Saignet porta la sua testimonianza.“Sono andato per la prima volta in Puglia a Nardò a raccogliere le angurie e i pomodori per pagare le tasse universitarie, lì ho scoperto il caporalato, non avevo mai sentito parlare di caporali – racconta – Il primo giorno ho dovuto dormire per terra perché le tende erano già occupate dai miei compagni, questo è stato uno choc, non avevo mai visto questa cosa neanche in Africa”.
“Lì c’erano ghanesi, tunisini, marocchini, burkinabè, maliani. Mi hanno spiegato come funziona l’ingaggio per lavorare e ho incontrato il caporale dopo due giorni, mi ha chiesto i documenti originali per andare a fare il contratto, l’ho trovato strano, perché a Torino quando lavoro bastano le fotocopie – continua – lo ha chiesto ad altre 70 persone e dopo 10 giorni è ritornato”. Un primo dettaglio che fotografa vite sotto ricatto. “Sono rimasto bloccato lì perché il mio permesso di soggiorno era nelle mani del caporale – spiega Ivan Saignet – Poi abbiamo scoperto che tutti questi contratti erano falsi e che c’erano otto compagni a cui il caporale aveva perso i documenti. Abbiamo scoperto che l’intervallo di tempo serve perché danno i nostri documenti agli irregolari che lavorano nei campi per mettersi al riparo dai controlli”.
Ecco come viene prodotto molto del made in Italy agroalimentare. “Il lavoro inizia alle tre di notte, i caporali vengono con i furgonicini e siamo costretti a salire perchè fanno l’appello – racconta – stiamo in 25 in un furgoncino di 10 posti senza finestrino, non conosciamo la strada dalla masseria al campo e non puoi andare a lavorare con un altro mezzo di trasporto, perché il caporale deve prendere i cinque euro di trasporto. Ci sostringono a pagare il pranzo, tre euro e cinquanta per un panino”.
Tutto viene detratto dalla paga giornaliera. “Ci pagano a cottimo – continua Saignet – tre euro e cinquanta a cassone, un cassone pesa fra i 400 e i 550 chili, per riempirlo ci vuole un’ora o anche di più, dipende dalla velocità di ognuno. Il primo giorno di lavoro nel tempo in cui ne ho riempito uno, un compagno esperto ne aveva completati cinque, questo è un elemento psicologico che fa male”. La vita nei campi è segnata dalla mancanza di libertà negli spostamenti, nel trovare l’ingaggio, nell’approvigionamento idrico.“Lavoriamo senza guanti, i piedi e la schiena ci fanno male, non ci sono medici. Se chiami il pronto soccorso perché qualcuno si è fatto male, non sappiamo dare le indicazioni su dove si trova il campo, perché ci siamo andati con il caporale nei furgonicini senza finestrini. A quel punto i caporali chiedono 20 euro per accompagnare il lavoratore malato al pronto soccorso”.
Su tutto questo è stata organizzata la protesta. “Non era facile perché parlavamo lingue diverse, arabo, inglese, francese, dialetti africani. Abbiamo pensato di creare un comitato in cui abbiamo messo alla testa un rappresentante di ogni comunità per spiegare i motivi dello sciopero – spiega ancora Saignet – è stato un successo, i lavoratori hanno rispettato le parole d’ordine, di fare uno sciopero pacifico, senza risse. C’è stato un lavoro straordinario della Flai che dal primo giorno ci ha assistito, con i loro bus siamo potuti andare davanti alle autorità. E’ una conquista la legge sul caporalato, portata dallo sciopero dei migranti sostenuto dalla Cgil. Ma non si deve abbassare la guardia, c’è ancora tanto da fare: è difficile dimostrare la sua colpevolezza davanti a un tribunale. Il reato di calndestinità impedisce le denunce”. Una questione su tutte: “i caporali sanno che il permesso di soggiorno è l’arma di ricatto”.
Lo sfruttamento colpisce ancora di più le donne. Magdalena Jarczak, della Flai Cgil, racconta la realtà di Foggia. “Dai lavoratori spesso il caporale viene visto come una figura benefica che risolve il problema del lavoro, ci chiedono di non agire perché temono di perdere il lavoro, prevale sempre di più l’idea di un lavoro purchè ci sia, senza tutele e senza diritti – dice – Sono arrivata in Italia nel 2001 con un caporale che non sapevo esserlo, era un mio amico. So cosa vuol dire stare in un casolare abbandonato senza luce, acqua e senza cibo, ricordo di quei giorni non tanto la fame ma l’incubo di essere intrappolata in un sistema senza via d’uscita. Non ho denunciato perché non avevo il permesso di soggiorno, ci sono tanti altri polacchi scomparsi di cui i familiari aspettano ancora il ritorno”.

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