Il Giornalino di Giamburrasca e il “Villaggio della Solidarietà”

Oltre alla bellezza del cielo che scorgevo al disopra di me mi commosse l’animo un grato odorino di soffritto che veniva dal di sotto… La finestrina, infatti, dava sul cortiletto della cucina in un angolo del quale era una enorme caldaia piena d’acqua bollente.
Allora mi ricordai che era venerdì, il giorno sacro alla famosa minestra di magro che in mezzo a tutte le minestre di riso della settimana veniva ad allietare i nostri stomachi, a quella eccellente minestra di magro così saporita e che pareva riunire in sé le fragranze più care dell’umano palato…
Mi sentivo venir l’acquolina in bocca e una grande malinconia mi scendeva giù nella desolata solitudine delle mie povere budella…
Fortunatamente questo atroce supplizio durò poco, perché ogni desiderio mi sparì come per incanto dallo stomaco appena scoprii la ricetta con la quale il cuoco del collegio faceva la sua ottima minestra di magro.
Stando appollaiato sulla finestra avevo visto più volte andare e venire lo sguattero, un ragazzettaccio che da quel che capii era stato preso da poco perché sentivo il cuoco che gli diceva continuamente: – Fa’ così, fa’ cosà, piglia qui, piglia là – e gli insegnava tutto quel che aveva a fare e dove stavano gli utensili e come dovevano essere adoperati…
– Tutti i piatti sudici di ieri, – gli domandò a un certo punto il cuoco – dove gli hai messi?
– Lassù su quell’asse come mi diceste voi.
– Benone! Ora rigovernali nella solita caldaia dove hai rigovernato ieri e ier l’altro, ché l’acqua calda dev’essere al punto giusto… E poi risciacquali come le altre volte nell’acqua pulita. –
Lo sguattero portò tutti i piatti sudici nel cortiletto e a due a due li fece scivolare dentro il caldaione dell’acqua calda. Poi si mise a tirarli su, a uno per volta, sciaguattandoli e strisciandovi sopra l’indice della destra steso per levarvi bene l’unto…
Quand’ebbe tirato su l’ultimo piatto, lo sguattero esclamò immergendo la mano nella caldaia:
– Che brodo! Si taglia col coltello!…
– Benone! – disse il cuoco comparendo sull’uscio della cucina. – Gli è come deve essere per la minestra d’oggi. –
Lo sguattero sgranò tanto d’occhi, proprio come feci io lassù sul mio osservatorio.
– Come! La minestra d’oggi?
– Sicuro! – spiegò il cuoco, accostandosi al caldaione. – Questo è il brodo per la minestra di magro alla casalinga del venerdì che piace tanto a tutte queste carogne di ragazzi. Capirai! Qui ci son tutti i sapori…
– Sfido io! Ci ho rigovernato i piatti di due giorni di seguito…
– E prima che tu venissi tu c’erano stati rigovernati i piatti d’altri due giorni… Insomma, per tu’ regola, in questa caldaia si comincia a rigovernar la domenica e si dura fino al giovedì, sempre nella medesima acqua; e capirai bene che quando si arriva al venerdì l’acqua non è più acqua, ma è un brodo da leccarsi i baffi…
– Vo’ direte bene, – disse lo sguattero sputando – ma io i baffi non me li voglio leccare un accidente…
– Grullaccio! – ribatté il cuoco. – Ti par’egli che noi si mangi di questa roba? Il personale di cucina mangia la minestra speciale che si fa per il direttore e per la direttrice…
– Ah! – fece lo sguattero, tirando un gran respiro di sollievo.
– Ora, via: portiamo la caldaia sul fuoco, che c’è già il pane bell’e affettato e il soffritto è pronto. E tu impara il mestiere, e mosca! Il personale di cucina, questo te l’ho già spiegato, non deve mai far parola con nessuno al mondo di quel che si fa intorno ai fornelli. Hai capito? –
E, uno da una parte uno dall’altra, afferrarono la caldaia e l’alzarono di peso; ma allo sguattero nel chinarsi cadde nella caldaia il berrettaccio tutt’unto che aveva in testa, ed egli fermatosi dette in una grande risata e ritiratolo su strizzandovelo dentro esclamò:
– Gua’! Ora gli è anche più saporito di prima! –
A questo punto non ne potetti più dallo schifo e dall’ira: e cavatomi la scarpa rimastomi in piedi la tirai giù con forza nella caldaia urlando.
– Porci! allora metteteci anche questa!… –
Il cuoco e lo sguattero si voltarono in su, come due spiritati, e mi par di vedere anche ora quei quattro occhi dilatati, fissi su me in una comica espressione di maraviglia e di sgomento.
Io intanto seguitavo a lanciar loro tutti i titoli che si meritavano, finché essi, riavutisi finalmente dallo sbalordimento, si precipitarono dentro la cucina.
Pochi minuti dopo, la piccola porta della mia prigione si apriva e vi entrava di profilo – ché altrimenti non ci sarebbe potuta passare – la signora Geltrude declamando:
– Ah disgraziato! Uh, che vedo!… A rischio di cader giù e sfracellarsi!… In nome di Dio, Stoppani, che cosa fate costassù?
– Eh! – risposi – sto a veder preparare la minestra di magro alla casalinga…
– Ma che dici? sei impazzato? –
In quel momento entrò un bidello con una scala.
– Appoggiatela lì, e fate scendere quello sciagurato! – impose con aria drammatica la signora Geltrude.
– No, non scendo! – risposi aggrappandomi alla sbarra dì ferro. – Se devo rimanere in prigione voglio starmene quassù perché c’è più aria… e poi si impara come si cucinano i ragazzi in collegio!…
– Scendi, via! Non capisci che ero venuta appunto per farti uscire dalla prigione? Purché, s’intende, tu prometta di essere buono e ubbidiente, ché se no, figliuolo mio, è un affar serio!… –
Io guardai la direttrice sorpreso.
– Perché questa improvvisa liberazione? – pensavo fra me. – Eppure non ho rivelato i nomi dei ragazzi che fumavano nello stanzino del petrolio… Dunque? Ah! Ho capito! Ora cercan di pigliarmi con le buone maniere perché non racconti ai miei compagni la scoperta della ricetta per la zuppa di magro alla casalinga. –
In ogni modo non c’era più ragione di rimanere appollaiato sulla finestrina e discesi.
Appena ebbi toccato terra, la signora Geltrude, ordinò al bidello di riportar via la scala, e poi, presomi per un braccio, mi disse con tono imperioso:
– Di’ su: che volevi dire della minestra di magro che si fa in collegio?
– Volevo dire che io non intendo di mangiarla più mai. Guardi! Mi assoggetto piuttosto a mangiar quella di riso anche il venerdì… a meno che non mi dia la minestra speciale che fanno per lei e per il signor direttore…
– Ma che dici? Io non t’intendo… Dimmi tutta la verità… tutta, capisci? –
Allora le raccontai semplicemente tutto quello che avevo visto e sentito dalla finestrino della mia prigione e con mia grande sorpresa la signora Geltrude, molto impressionata dal mio racconto, esclamò:
– La cosa che dici, ragazzo mio, è molto seria… Bada bene! Si tratta di far perdere il pane a due persone: al cuoco e allo sguattero… Pensaci: hai detto proprio la verità?
– L’ho detta e la sostengo.
– Allora vieni a far rapporto dal signor direttore! –
Difatti mi condusse nell’ufficio di direzione dove, dietro a una scrivania piena di libri, stava il signor Stanislao.
– Lo Stoppani – gli disse la signora Geltrude – ha un rapporto molto grave da fare contro il personale di cucina. Via, racconta –
E io raccontai da capo la scena alla quale avevo assistito.
Passavo di sorpresa in sorpresa. Anche il direttore mi apparve indignato del racconto fatto. Chiamò il bidello e ordinò:
– Fate venir qui il cuoco e lo sguattero. March! –
Poco dopo, eccoli tutti e due; e io daccapo a ripetere il racconto per la terza volta… Ma la mia maraviglia giunse al colmo quando, invece di rimanere confusi, com’io mi aspettavo, sotto il peso delle mie rivelazioni, essi dèttero in una grande risata, e il cuoco, presa la parola, disse indirizzandosi al signor Stanislao:
– La mi scusi, signor direttore, ma le par possibile che si faccia tutto questo? Deve sapere che io ho per abitudine di far sempre la burletta, e ora specialmente che ho per le mani questo sguattero, che è nuovo del mestiere, mi diverto un mondo a dargliene ad intendere delle cotte e delle crude… Quello che ha raccontato il signorino è sacrosantamente vero: soltanto, come le ho detto, si trattava di parole dette per ischerzo…
– Va bene, – disse il direttore. – Ma il mio dovere mi impone di procedere immediatamente a un’ispezione in cucina. Precedetemi… March! E voi, Stoppani, attendetemi qui… –
E uscì impettito, con passo militare.
Quando ritornò poco dopo mi disse sorridendo:
– Tu hai fatto bene a riferirmi quel che avevi visto… Ma fortunatamente la cosa sta come aveva raccontato il nostro cuoco… e puoi mangiar tranquillo la tua brava scodella di minestra alla casalinga. Cerca di esser buono… Va’! – E mi dètte un colpetto di mano su una guancia.
Io me ne andai tutto contento e persuaso in mezzo ai miei compagni, che giusto in quel momento uscivano di classe.
Poco dopo andammo tutti a pranzo, e il Barozzo che, come dissi già, è di posto accanto a me, mi strinse forte la mano sotto la tovaglia e mi disse sottovoce:
– Bravo Stoppani! sei stato forte… Grazie! –
Quando venne in tavola la minestra di magro alla casalinga, il mio primo movimento fu di repulsione. Ma le parole del cuoco mi avevano persuaso… E poi avevo molta fame… E poi, appena assaggiata dovetti riconoscere che quella minestra era proprio buona e mi pareva impossibile che una cosa tanto prelibata potesse esser preparata in un modo così ripugnante.
Avrei voluto raccontare al Barozzo tutta la scena che si era svolta nel cortiletto della cucina e poi nell’ufficio di direzione… Ma la signora Geltrude, che quando si mangia gira sempre intorno alla tavola, non mi levava gli occhi di dosso, e mi accorsi che mi vigilava in modo speciale, proprio per vedere se mangiavo la minestra e se raccontavo l’avventura della mattinata ai miei compagni di tavola.
Anche dopo, durante l’ora di ricreazione, la signora Geltrude continuò la sua sorveglianza speciale; la quale non impedì che il Pezzi, il Del Ponte e il Michelozzi mi facessero una gran festa, dichiarandomi che benché io sia piccino, dopo quel fatto d’aver sostenuto la prigione piuttosto che far la spia, mi consideravano un amico grande come loro, e mi avrebbero ammesso nella loro società segreta che si chiama: Uno per tutti e tutti per uno.
La sorveglianza speciale è durata fino a ieri sera; ma a cena mi parve che il mio contegno avesse finalmente persuaso la direttrice che mi ero dimenticato di quel che avevo visto la mattina.
Così potei narrar tutto per filo e per segno al Barozzo, il quale prese la cosa molto sul serio e dopo aver pensato un po’ disse:
– Vorrei sbagliare… Ma per me l’interrogatorio del cuoco e dello sguattero è tutta una commedia.
– Come!
– Sicuro. Prendiamo a considerare la faccenda dal momento in cui il cuoco, accortosi che tu avevi assistito alla preparazione della minestra di magro alla casalinga, è corso ad avvertire il direttore o la direttrice. Qual era il consiglio che dovevano seguire nel loro interesse? Quello di rabbonirti e di cancellare dalla tua mente lo spettacolo che avevi visto. Essi dunque hanno detto al cuoco e allo sguattero: Quando sarete chiamati dite che è stata una burletta!… Ed ecco che la direttrice viene ad aprirti la prigione, finge di scandalizzarsi al tuo racconto e ti conduce dal direttore il quale finge di fare un tremendo processo al cuoco e allo sguattero, i quali fingono di avere scherzato… e tu, persuaso di tutto questo, mangi e gusti, come al solito, la tua brava minestra di magro alla casalinga e… e tutto sarebbe andato bene per loro se tu non avessi raccontato la cosa al tuo amico Barozzo che ha più esperienza di te e che riferirà la cosa alla società… –
Per questa faccenda, in tempo di ricreazione faremo un’adunanza e decideremo. Non mi par vero che arrivi quell’ora!…
Ma è già sonata la sveglia e bisogna che mi affretti a nasconderti, giornalino mio!
#
L’adunanza della Società segreta Tutti per uno e uno per tutti è andata benissimo.
Ci siamo riuniti tutti in un angolo del cortile; questo disegno che ho fatto qui stasera, prima di addormentarmi, rappresenta il momento più solenne della discussione, con Tito Barozzo che presiedeva alla mia sinistra, e accanto i lui Mario Michelozzi, alla mia destra Carlo Pezzi e, tra questi e il Michelozzi, Maurizio del Ponte.
Prima di tutto c’è stato un voto di plauso per me, perché quel giorno in cui i soci si erano riuniti a fumare nello stanzino del petrolio, piuttosto che far la spia mi ero fatto condannare in prigione. Poi un altro voto di plauso per avere scoperto l’affare della minestra di magro… Insomma sono stato trattato come un eroe, e tutti mi hanno dimostrato una grande ammirazione.
Dopo aver discusso ben bene ci siamo trovati d’accordo su questo punto: che per accertarsi se la minestra del venerdì è fatta con la rigovernatura dei piatti serviti ai pasti degli altri giorni, bisogna, incominciando da domani, dopo mangiato, mettere nel piatto qualche cosa che dia un colore all’acqua nella quale i piatti saranno rigovernati…
– Ci vorrebbe dell’anilina! – ha detto il Del Ponte.
– Ci penso io a procurarla! – ha aggiunto Carlo Pezzi – ne ho vista nel gabinetto di chimica.
– Benissimo. Domani allora principieremo la prova. –
E ci siamo separati dandoci la mano; quello che la stendeva diceva:
– Tutti per uno! –
E l’altro, stringendo la mano, rispondeva:
– Uno per tutti! –
Sono molto contento di essere entrato in questa società; ma ero incerto, caro giornalino mio, di scriverne nelle tue pagine, avendo giurato di non confidare il segreto a nessuno… Però ho pensato che a te potevo confidar tutto perché mi sei fedele e poi io ti custodisco bene, chiuso a chiave nella mia valigetta.
A proposito; la mia valigia è riposta con la mia biancheria in un piccolo armadietto scavato nel vano della parete a capo del letto, al disopra del comodino.
Tutti i collegiali hanno un armadietto simile, chiuso da uno sportello bigio.
L’altra sera, dunque, mentre gli altri dormivano, per riporre nella valigia il giornalino mi ficcai addirittura dentro il mio armadino, e sentii delle voci.
Rimasi in ascolto, pieno di curiosità. Non mi ero sbagliato: le voci erano al di là del muro in fondo all’armadietto… e mi parve perfino di riconoscere la voce della signora Geltrude. Dev’essere una parete sottilissima.

2 febbraio.
Si incomincia la prova.
Prima di mezzogiorno Carlo Pezzi aveva già distribuito a ciascuno di noi un involtino nel quale sono dei granellini minutissimi come quelli della rena.
Per l’appunto oggi, essendo domenica, abbiamo avuto una pietanza di più e cioè il pesce con la maionese, e così noi altri soci della Società segreta abbiamo messo un granellino nel piatto che aveva servito per il pesce, e un altro nel piatto dei muscoletti in umido (anche questa dei muscoletti in umido è una pietanza che ritorna spesso in tavola, come la minestra di riso) e così abbiamo rimandato in cucina due granellini d’anilina a testa, cioè dieci in tutto.
Stasera a cena poi, essendoci una pietanza di stracotto, abbiamo messo nei piatti sudici un altro granellino, sicché nella giornata sono quindici granellini che sono andati in cucina nel famoso caldaione…
– Capirai, – mi ha detto il Barozzo – anche se di qui a giovedì ne mettiamo un altro solo al giorno (perché bisogna mettere il granellino soltanto nei piatti dove si è mangiato una pietanza in umido) sono altri venticinque granellini e cioè quaranta in tutti, tanti quanti bastano per colorire di rosso il brodo della minestra di venerdì… ammesso che l’inchiesta del signor Stanislao sia stata, come séguito a credere, una burletta.
– Sicché avremo la minestra col brodo rosso?
– Eh no! Molto probabilmente in settimana lo sguattero non si accorgerà affatto del colore che aumenterà gradatamente, giorno per giorno; e se n’avvedrà solo il cuoco il venerdì mattina quando si disporrà a manipolare la sua famosa minestra alla casalinga.
– Ma allora farà un’altra minestra!
– Sicuro: e, dovendo rimediare alla svelta, farà una minestra di riso… Ebbene: se venerdì non ci sarà la tradizionale minestra di magro alla casalinga, vorrà dire… che questa era proprio fatta col brodo della rigovernatura, e allora noi insorgeremo. –
Che ingegno ha il Barozzo! Egli prevede tutto e sa rispondere a tutto, sempre…
Ora, giornalino mio, ti rimetto a posto e… E poi lo sai che cosa fo? Ho qui uno scalpello che ho preso oggi nell’ora di ricreazione giù nel cortile, mentre il muratore che viene da qualche giorno a far dei lavori era uscito… E con questo scalpello voglio incominciare piano piano a fare un buco nella parete in fondo all’armadino per vedere di dove vengono le voci che sentii l’altra sera.
I miei compagni dormono: ora spengo il lume e mi ficco dentro l’armadietto a lavorare…

3 febbraio.
Oggi dopo desinare durante una riunione della nostra Società segreta abbiamo, tra altre cose, parlato anche della continuità di questa stomachevole minestra di riso, e ci siamo tutti trovati d’accordo nel pensare che sarebbe davvero ora di finirla.
Mario Michelozzi ha detto:
– Io ho un’idea. Se mi riesce di procurarmi i mezzi per metterla in esecuzione ve la comunicherò, e domanderò l’aiuto del nostro bravo Stoppani. –
Per me è un piacere di sentirmi così stimato dai ragazzi più grandi, e di godere tutta la loro fiducia, mentre gli altri ragazzetti della mia classe non son considerati nulla e non li guardano neppure.
Però c’è un mio compagno che ha l’età mia e si chiama Gigino Balestra il quale è un bravo figliolo e siamo diventati amici. Questo meriterebbe di entrare nella Società segreta perché mi pare fedele e sicuro… Ma prima voglio accertarmi meglio, perché mi dispiacerebbe troppo di farmi canzonare presentando un traditore.
#
Mi è venuta una lettera della mamma la quale mi dice tante belle cose e mi ha consolato un poco nella vita di collegio che è una vitaccia impossibile, sia per la mancanza di libertà, sia perché si mangia molto male, e più di tutto perché siamo lontani dalle nostre famiglie e, per quanto dicano di tener le veci dei nostri genitori, il signor Stanislao e la signora Geltrude non arriveranno mai a farei dimenticare il babbo e la mamma.

4 febbraio.
Grande novità!
Stanotte, dopo un lungo e paziente lavoro, dovendo fare in modo di non far rumore per non svegliare i compagni del dormitorio, son riuscito finalmente a fare un buco nella parete in fondo all’armadietto che è nel vano del muro a capo del mio lettino.
Subito è apparso un chiarore, una luce opaca che veniva dall’altra parte, ma riparata da qualche cosa che era frapposta al di là della parete.
Spingendo lo scalpello fuori del buco sentii che l’ostacolo era cedevole e, dopo averne studiata per un pezzo la natura, mi convinsi che doveva essere un quadro attaccato nella parete che avevo forata.
Ma se la tela mi vietava la vista non mi impediva l’udito; e io sentivo, sebbene non riuscendo ad afferrar le parole, la voce del signor Stanislao e della signora Geltrude che parlavano tra di loro.
Mi giunse solo distintamente questa frase pronunziata con vivacità dalla direttrice:
– Tu sarai sempre un imbecille! Queste carognette mangiano anche troppo bene! Intanto ho fatto un contratto col fattore del marchese Rabbi per trenta quintali di patate… –
Con chi parlava la signora Geltrude? L’altra voce che io sentivo era certamente quella di suo marito; ma è impossibile che il signor Stanislao, con quella sua aria rigida di vecchio militare, permettesse alla signora Geltrude di trattarlo a quel modo…
L’argomento delle patate mi ha fatto pensare che vi fosse presente anche il cuoco e che il dialogo corresse con lui.
Tito Barozzo al quale ho raccontato la cosa mi ha risposto:
– Chi sa! In ogni modo questa è una faccenda secondaria. La questione principale è che si presentano dinanzi al nostro immediato avvenire di infelici collegiali trenta quintali di patate, cioè trenta volte cento chilogrammi, ovverosia tremila chilogrammi che è quanto dire centoquindici chilogrammi per ogni stomaco, dovendosi certo escludere dal conto gli stomachi direttoriali e del personale di cucina, per i quali è fatto un trattamento diverso!… –
#
Oggi durante l’ora di ricreazione si è riunita la Società segreta, e io ho raccontato l’affare del buco nell’armadietto, e tutti hanno applaudito dicendo che quel posto d’osservazione era importantissimo e poteva essere di molta utilità per tutti, ma che bisognava prima accertarsi che stanza fosse quella dalla quale venivano le voci del direttore e della direttrice.
Di questo si è preso l’incarico Carlo Pezzi che ha uno zio ingegnere e che sa come si fa a sviluppare le piante delle case.

5 febbraio.
Stamani mentre attraversavo il corridoio che conduce alla scuola di disegno, Mario Michelozzi mi si è avvicinato mormorando:
– Uno per tutti!
– Tutti per uno! – ho risposto.
– Vai nello stanzino del petrolio che è aperto. Dietro la porta troverai un bottiglione pieno di petrolio coperto con un asciugamano: prendilo, portalo nel tuo dormitorio e nascondilo sotto il tuo letto. Maurizio Del Ponte fa la guardia: se senti gridare: “Calpurnio!” lascia andare il bottiglione e scappa. –
Io ho eseguito l’ordine e tutto è andato benissimo.
#
Oggi, durante la ricreazione, Carlo Pezzi ha studiato molto per scoprire quale stanza è quella al di là del mio armadino. Ma più che con la sua scienza d’ingegnere si è aiutato chiacchierando con i muratori che seguitano a lavorare a certe riparazioni del collegio.
Il Michelozzi mi ha detto:
– Stasera tieni pronto: mentre tutti dormiranno noi ci occuperemo del riso… e rideremo! –

6 febbraio.
È vicina la sveglia, giornalino mio, e io ho molti fatti da registrare. Prima di tutto una lieta notizia: i convittori del collegio Pierpaoli non mangeranno più minestra di riso per un pezzo!
Iersera, quando tutti dormivano, io che stavo sull’attenti sentii nella porta del dormitorio un lieve sgretolo a più riprese, come quello di un tarlo. Era il segnale convenuto: il Michelozzi raschiava la porta con l’unghia per avvertirmi di portar fuori il bottiglione pieno di petrolio, ciò che io feci in un batter d’occhio.
Egli lo prese e porgendomi la mano mi sussurrò in un orecchio:
– Vieni dietro a me rasentando il muro… –
Che palpiti nell’avventurarsi così, nel buio dei corridoi, fermandosi in ascolto a ogni più lieve rumore, trattenendo il respiro…
A un certo punto, sboccando da un corridoio stretto stretto, la scena fu rischiarata da una finestra le cui imposte erano aperte, e ci fermammo dinanzi a una porticina nascosta nel muro.
– Il magazzino! – mormorò il Michelozzi. – Prendi questa chiave… È quella del gabinetto di fisica e apre benissimo anche questa porta… Fa’ piano… –
Presi la chiave, la introdussi pian piano e la girai nella serratura adagino adagino… La porticina si aprì ed entrammo.
Il magazzino era fiocamente illuminato dal chiarore che veniva da un finestrino aperto sulla parete difaccia alla porta, in alto; e a quella luce incerta vedemmo da un lato una fila di balle aperte, con della roba bianca…
Vi misi le mani; era il riso, quell’odiato riso che nel collegio Pierpaoli ci era servito a tutti i pasti, tutti i giorni, meno il Venerdi e la domenica…
– Aiutami! – mormorò il Michelozzi.
Lo aiutai ad alzare il bottiglione, e giù! innaffiammo ben bene le balle col petrolio.
– Ecco fatto! – aggiunse il mio compagno posando il bottiglione in terra e incamminandosi verso l’uscita. – E ora quella bella provvista di riso posson farsela fritta. –
Io non risposi. Avevo adocchiato un sacco di fichi secchi e me ne ero empite già le tasche e la bocca.
Dopo aver richiusa la porticina tornammo cautamente per la strada già fatta e ci separammo dinanzi al mio dormitorio.
– Tutto è andato bene! – disse a bassa voce il Michelozzi – e abbiamo reso un grande servigio a tutti i nostri compagni. Ora vo a riportare la chiave del gabinetto di fisica al suo posto e poi a letto… Uno per tutti!
– Tutti per uno! – e ci stringemmo la mano.
Io zitto zitto andai a letto; ma ero così commosso per questa avventurosa spedizione notturna che non potevo prender sonno.
Alla fine mi decisi a ripigliare il mio lavoro dentro l’armadietto; il segnale col quale il Michelozzi mi aveva prima annunziato la sua presenza mi aveva suggerito il modo di forare senza pericolo la tela che rendeva inutile il mio osservatorio.
Ma prima di accingermi a tal lavoro ho voluto allargare la buca, e adoperando con tutta la prudenza possibile lo scalpello nelle connessiture dei quattro lati di un mattone riuscii a indebolirlo talmente che finì con lo staccarsi.
Ora avevo dinanzi a me un vero e proprio finestrino che potevo a mio talento richiudere e riaprire, rimettendo o rilevando il mattone, a seconda del bisogno.
Restava a bucar la tela che vi era dinanzi. Un po’ con l’unghie e un po’ con lo scalpello mi misi a grattarla a riprese cadenzate, pensando:
– Anche se di dentro sentono questo rumore crederanno che sia un tarlo e io potrò seguitare il mio lavoro fino a che non abbia raggiunto lo scopo. Difatti ho seguitato a grattare finché non ho sentito, tastando col dito sulla tela, un forellino… Ma nella stanza che era oggetto di tante faticose ricerche da parte di Maurizio Del ponte v’era buio perfetto.
Allora, non essendovi per il momento altro da fare, me ne ritornai a letto soddisfatto del mio lavoro.
In verità la mia coscienza non poteva rimproverarmi di essermi abbandonato all’ozio che è il padre dei vizii… e io mi addormentai placidamente pregustando già in sogno le grandi sorprese che mi riserba questo mio osservatorio che mi costa tanti sudori e per il quale ho perduto tanti sonni…
Non mi par vero d’arrivare a stasera!
#
Evviva, evviva!…
Oggi a desinare si è finalmente cambiato minestra!… Abbiamo avuto una eccellente pappa col pomodoro alla quale le ventisei bocche dei convittori dei collegio Pierpaoli han rivolto con ventisei sorrisi il più caldo e unanime saluto…
Noi della Società segreta ci si guardava ogni tanto con un sorriso diverso da tutti gli altri perché sapevamo il mistero di questo improvviso cambiamento.
Chi sa che tragedia era successa in cucina!…
La signora Geltrude girava attorno alla tavola con gli occhi iniettati di sangue che pareva una belva, volgendo lo sguardo qua e là sospettosamente…
Per me e per Mario Michelozzi è stata una grande soddisfazione quella di aver fatto cambiar regime ai nostri pasti, e ripensando alla nostra audace spedizione di stanotte, ai pericoli affrontati con tanto sangue freddo, mi par d’essere uno degli eroi di quelle imprese gloriose che si trovano in tutto le storie di tutti i popoli e che a farle devono essere state molto divertenti per chi le ha fatte, quanto sono noiose a leggerle per i poveri scolari perché devono poi impararle a mente con tutte le date…
E alla fin dei conti non si tratta forse, sia pure in un campo più ristretto, delle medesime cause e dei medesimi fatti nei quali chi ha più core e più coraggio si sacrifica per il bene comune?
Anche nelle storie delle nazioni ci sono i popoli che ogni tanto si stancano d’aver sempre minestra di riso, e allora avvengono le congiure, i complotti, e saltan fuori i Michelozzi e gli Stoppani che affrontano i pericoli finché per la loro abnegazione, non si passa alla pappa al pomodoro…
Che fa se il popolo ignora chi è stato che ha fatto cambiar minestra? A noi ci basta la coscienza d’aver fatto quel che abbiamo fatto per la felicità di tutti.
Però gli altri soci della nostra Società segreta ci han fatto molta festa, a me e al Michelozzi, per la riuscita dell’impresa, e Tito Barozzo stringendoci la mano ci ha detto:
– Bravi! Vi nomineremo i nostri petrolieri d’onore!… –
Intanto Maurizio Del Ponte ci ha fatto una comunicazione molto importante.
– Ho visto la stanza sulla quale il nostro bravo Stoppani ha aperto il suo finestrino che ci sarà di una utilità incalcolabile. Ho potuto penetrarvi perché in questi giorni i muratori stanno rifacendovi un pezzo d’impiantito. È la sala particolare della direzione, quella dove il signor Stanislao e la signora Geltrude ricevono le persone più intime e di riguardo. Questa stanza a destra comunica con l’ufficio di direzione e a sinistra con la camera da letto dei coniugi direttori. In quanto al quadro che impedisce al nostro Stoppani di spingere lo sguardo su questa importante piazza nemica, è il grande ritratto a olio del professor Pierpaolo Pierpaoli, benemerito fondatore di questo collegio, zio della signora Geltrude alla quale passò in eredità… –
Benissimo!
Stasera mi godrò dunque lo spettacolo nella sala riservata di Pierpaolo Pierpaoli buonanima, dal mio palchetto su all’ultimo ordine stando comodamente sdraiato nel mio armadietto.
– Come vorremmo essere al tuo posto! – mi hanno detto i compagni della Società Uno per tutti e tutti per uno.

7 febbraio.
Iersera, appena i miei piccoli compagni si furono addormentati saltai su nel mio armadietto richiudendo lo sportello per di dentro e levato il mattone aprii il mio finestrino, vi ficcai la testa e appiccicai l’occhio al buchino fatto ieri notte nella tela in cui è effigiato il compianto professor Pierpaolo Pierpaoli che ebbe l’infelicissima idea di fondare questo odioso collegio.
Da principio tutto era buio: ma poco dopo la scena si rischiarò a un tratto e vidi comparire giù dalla porta a sinistra la signora Geltrude impugnando un doppiere con le candele accese, seguìta dal signor Stanislao che diceva con accento di preghiera:
– Ma cara Geltrude, è certo che quest’affare del petrolio nelle balle del riso è inesplicabile… –
La direttrice non rispose e seguitò lentamente a camminare verso la porta di destra.
– Possibile che si annidi tra i collegiali un tipo così audace da compiere un fatto simile? In ogni modo farò di tutto per scoprirlo… –
A questo punto la signora Geltrude si fermò, si rivoltò verso il marito e con voce stridula gli disse:
– Voi non scoprirete niente. Perché voi siete un imbecille! –
Ed entrò nella camera lasciando la sala del defunto Pierpaolo Pierpaoli nella più completa oscurità.
La scena alla quale avevo assistito dal palchetto era stata brevissima, ma abbastanza interessante.
Se non altro essa mi aveva dimostrato che l’altra notte la direttrice parlando delle patate non si era rivolta al cuoco come mi aveva fatto supporre la grande libertà di linguaggio adoperato, ma aveva parlato col direttore…
La signora Geltrude quando diceva: imbecille! si rivolgeva proprio al suo marito in persona!…
Oggi è una grande giornata; è venerdì, e noi della Società segreta aspettiamo con ansia l’esito del nostro strattagemma per scoprire se la minestra di magro è fatta o no con la rigovernatura dei piatti…

8 febbraio.
Ieri sera avrei voluto scrivere in queste pagine l’ultima parte della cronaca della giornata, ma mi premeva di vigilare il campo nemico dal mio osservatorio… E poi bisogna da ora in avanti adoperare una grande prudenza perché siamo spiati da tutte le parti e tremo al solo pensiero che mi possano trovare questo mio giornalino…
Fortuna che la chiave della valigia nella quale lo tengo rinchiuso è assai complicata… E poi i sospetti sono contro i convittori grandi e… E poi in fin dei conti, se fossi messo alle strette potrei dir delle cose che farebbero smascellar dalle risa tutti quanti, come rido io in questo momento soffocando a stento l’ilarità per non svegliare i miei compagni…
Ah, giornalino mio, quante cose ho da scrivere!… E che cose!…
Ma andiamo per ordine, e cominciamo dal fatto meraviglioso, strabiliante della minestra di magro di ieri.
Dunque a mezzogiorno in punto, tutti i ventisei convittori del collegio Pierpaoli erano, come al solito, seduti intorno alla tavola del refettorio in attesa del pranzo… E qui mi ci vorrebbe la penna del Salgari oppure di Alessandro Manzoni per descrivere l’ansietà di tutti i compagni della nostra Società segreta, mentre si aspettava che portassero la minestra.
A un tratto eccola!… I nostri colli si allungano, i nostri occhi seguono con grande curiosità le zuppiere… e appena la minestra incomincia a riempire le scodelle tutte le bocche si arrotondano in un lungo ooooh!… di meraviglia e un mormorio generale si leva nel quale son ripetute queste parole: – L’è rossa!… –
La signora Geltrude, che gira qua e là dietro le nostre sedie, si ferma ed esclama sorridendo:
– Si capisce! ci sono le barbabietole rosse, non vedete? –
E la minestra di magro, infatti, questa volta, è piena di piccole fette di barbe rosse, testimoni muti e terribili, per la nostra Società segreta, della ingegnosa nequizia del cuoco…
– E ora che si fa? – dico piano al Barozzo.
– Ora si fa così! – mormora egli con gli occhi sfavillanti di sdegno.
E alzatosi in piedi, girando lo sguardo intorno ai compagni, esclama con la sua voce energica:
– Ragazzi! nessuno mangi questa minestra rossa… Essa è avvelenata! –
A queste parole i collegiali lasciano cadere il cucchiaio sulla tavola e rissano gli occhi in faccia a Barozzo esprimendo il massimo stupore.
La direttrice, il cui volto è diventato anche più rosso della minestra, accorre e afferrato il Barozzo per un braccio gli grida con la sua voce stridula:
– Che dici?
– Dico – ripiglia il Barozzo – che non sono le barbe che tingono di rosso la minestra ma è l’anilina che ci ho messo io! –
L’affermazione fatta con tanta precisione e tanta fermezza dal coraggioso presidente della Società Uno per tutti e tutti per uno sconvolge addirittura la signora Geltrude che resta li per qualche minuto confusa, senza poter nulla rispondere; ma infine l’ira sua terribile esplode in questa frase piena di recondite minacce:
– Tu!… tu!… tu!… Ma sei pazzo?…
– No, non sono pazzo – ribatte il Barozzo. – E ripeto che questa minestra è rossa in causa dell’anilina che vi ho messo io, mentre avrebbe avuto tutte le ragioni di diventar rossa di vergogna per il modo col quale è fatta!-
Questa bella frase, detta con quell’accento meridionale così sonoro, ha finito di sconvolgere la povera direttrice che non sapeva far altro che ripetere:
– Tu! Tu! Proprio tu!… –
E infine, scostando la sua sedia, ha concluso in un sibilo: – Va’ giù in Direzione! Bisogna che tutto sia spiegato!-
E ha fatto un cenno al bidello che lo accompagnasse.
Questa scena si è svolta così fulmineamente che i convittori, anche dopo l’uscita del Barozzo dal Refettorio, rimanevano lì, ringrulliti, sempre con gli occhi fissi sulla sedia rimasta vuota.
Frattanto la direttrice aveva dato ordine di portar via la minestra rossa e di portare in tavola l’altra pietanza – che era baccalà lesso – sul quale i convittori si scagliarono così affamati che esso oppose invano ai loro denti la più dura e stopposa resistenza.
Io invece, per quanto avessi non meno appetito degli altri, spelluzzicai la mia porzione di baccalà con fare impacciato. Mi sentivo nell’anima lo sguardo fisso, acuto della signora Geltrude che, fin dal primo momento in cui s’era alzato da sedere il Barozzo gettando l’allarme contro la minestra di magro, non mi aveva mai levato gli occhi da dosso.
Durante l’ora della ricreazione continuò la vigile sorveglianza della direttrice e non potei parlare che di sfuggita col Michelozzi.
– Che si fa?
– Prudenza! Bisogna prima sentire il Barozzo. –
Ma il Barozzo non fu visto da nessuno in tutto il giorno.
La sera ricomparve a cena, e pareva un altro. Aveva gli occhi rossi e infossati e sfuggiva gli sguardi curiosi dei suoi compagni, special cute di noi della Società segreta.
– Che è stato? – gli domandai piano.
– Zitto…
– Ma che hai?
– Se mi sei amico non parlarmi. –
Il suo fare era imbarazzato, la sua voce mal sicura.
Che era dunque accaduto?
Ecco la domanda che mi rivolgevo ieri senza trovarvi una risposta.
Ieri sera appena i miei piccoli compagni di dormitorio si furono addormentati, mi ficcai dentro il mio armadietto, senza neppur pensare a scrivere in queste pagine i fatti della giornata, per quanto fossero di grande importanza. Era per il momento assai più importante il vedere quel che accadeva nella sala del defunto professor Pierpaolo Pierpaoli cercando di scoprire le batterie nemiche.
E per la verità, la mia aspettazione non fu punto delusa.
Appena dentro nel mio osservatorio sentii la voce della signora Geltrude che diceva:
– Sei un perfetto imbecille! –
Capii subito che parlava con suo marito; e difatti, accostato l’occhio al forellino fatto nel ritratto del compianto fondatore di questo collegio, ho visto giù nella sala i due coniugi direttori, l’uno di fronte all’altra, la direttrice con le mani sul fianchi, col naso addirittura paonazzo e gli occhi sfavillanti, e il direttore dritto, rigido in tutta la sua lunghezza, nell’attitudine di un generale che si prepari a sostenere un assalto.
– Sei un perfetto imbecille! – ripeteva la signora Geltrude. – E si deve a te, naturalmente, se abbiamo tra i piedi quel pezzente napoletano che finirà col rovinare l’istituto propalando l’affare della minestra…
– Calmati, Geltrude, – rispondeva il signor Stanislao – e cerca di considerare seriamente la cosa. Prima di tutto il Barozzo fu accettato di comune accordo a condizioni eccezionali per riguardo al suo tutore che ci procurò altri tre convittori a retta intera…
– D’accordo? E sfido! Non la finivi più con le tue ragionacce stupide…
– Via, Geltrude, cerca di moderarti e di ascoltarmi. Il Barozzo, vedrai, non abuserà della scoperta fatta con la sua anilina. Tu sai che egli ignorava di esser tenuto qui a patti speciali; e io profittando di questo e toccando la corda sensibile della sua dignità gli ho fatto considerare con un discorso molto efficace, che egli era tenuto qui quasi per compassione e che perciò aveva, lui più degli altri, il dovere di mostrarsi grato e affezionato a noi e al nostro istituto. A questa rivelazione il Barozzo è rimasto talmente turbato che non ha avuto più parola ed è diventato un pulcino. Dopo la mia reprimenda ha balbettato: “Signor Stanislao, mi perdoni… Capisco ora di non avere qui dentro nessun diritto… e può esser sicuro che non avrò mai né una parola né un atto contro il suo collegio… Glielo giuro”.
– E tu, imbecille, ti fidi dei suoi giuramenti?
– Certamente. Il Barozzo ha un fondo di carattere serio ed è rimasto molto impressionato dal quadro che gli ho fatto delle sue condizioni di famiglia. Sono assolutamente sicuro che da parte sua non avremo nulla da temere…
– Non capisci nulla. E lo Stoppani? Lo Stoppani che è la causa prima dello scandalo? Lo Stoppani che è proprio quello che ha messo il campo a rumore per la minestra di magro?
– Lo Stoppani è meglio lasciarlo stare. Per lui è un altro paio di maniche; egli è addirittura un bambino e le sue chiacchiere non possono nuocere alla buona fama dell’istituto…
– Come! Non lo vuoi neppur punire?
– Ma no, cara. Il punirlo lo irriterebbe maggiormente. E poi chi ha messo l’anilina nei piatti è il Barozzo: mi ha confessato egli stesso di essere stato lui, lui solo… –
A questo punto la signora Geltrude ebbe un tale accesso di bile che credetti le pigliasse li per lì un accidente.
Alzò le braccia al cielo e si mise a declamare:
– Ah numi! Ah eterni dèi!… E tu fai il direttore di un collegio? Tu così cretino da credere a quel che ti dice un ragazzaccio come il Barozzo, pretendi di stare alla testa di questo istituto? Ma tu sei da rinchiudere in un manicomio!… Tu sei un idiota come non ve ne sono mai stati nel mondo! –
Il Direttore sotto questa valanga di ingiurie reagì, e abbassata la testa al livello della sua violenta consorte la guardò negli occhi esclamando:
– Ora poi basta. –
E a questo punto io vidi, giornalino mio, la cosa più straordinaria, più lontana da ogni previsione e insieme più comica che si possa immaginare.
La signora Geltrude, allungando la destra sul capo del signor Stanislao, come un artiglio, gli afferrò i capelli esclamando:
– Ah! che vorresti fare? –
E mentre ella ringhiava queste parole io vidi con profondo stupore che la chioma corvina del direttore era rimasta nelle grinfie della direttrice la quale agitava la parrucca in aria ripetendo furiosa:
– Ah! Vorresti anche minacciarmi? Tu? Me?… –
E gittata via a un tratto la parrucca afferrò un battipanni di giunco ch’era su un tavolino e si mise a inseguire il signor Stanislao che, avvilito, con la testa completamente nuda cercava goffamente di sfuggire alle minacce coniugali girando attorno alla tavola…
La scena era così supremamente ridicola che per quanti sforzi facessi, non potei trattenere completamente le risa e mi usci dalla bocca un mugolìo acuto.
Questo mugolìo fu la salvezza del signor Stanislao. I due coniugi si voltarono in su stupiti verso il ritratto; e la signora Geltrude passando dalla irritazione a una vaga paura mormorò:
– Ah! La buonanima dello zio Pierpaolo!… –
Ed io prudentemente mi ritirai lasciando i due coniugi pacificati ad un tratto da un comune sentimento di timore, a fantasticare intorno al mugolìo del compianto fondatore di questo malaugurato collegio.

Continua…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...