In fondo si tratta solo di rifugiati

IN FONDO SI TRATTA SOLO DI RIFUGIATI

“ Il male può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie, come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male , è frustato perché non trova nulla. Questa è la sua “ banalità.” H. Arendt
MORTE NEL MEDITERRANEO
(Tratto da un articolo pubblicato nel settimanale tedesco “Der Spiegel” da F. Ehlers e C. Hoges. Si ringrazia Ignazio Lo Basso per la segnalazione e la traduzione dal tedesco)
Oltre 60 rifugiati africani, compresi donne e bambini sono morti recentemente , quando la loro imbarcazione andò alla deriva per due settimane nel Mediterraneo nel tentativo raggiungere l’Europa. Si pensa che il personale militare occidentale abbia, presumibilmente, visto l’imbarcazione e non abbia fatto niente per aiutarli. Adesso le Nazioni Unite stanno indagando sul caso.
Fu un breve momento di felicità, durante il viaggio a bordo dell’imbarcazione, che sarebbe finito con la morte di molti. Sollevarono un bambino in aria, erano ebbri e si abbracciarono vicendevolmente. Erano talmente fuor di sé che rischiarono persino di far capovolgere la barca.
Un elicottero girava sulle loro teste, dicono tre dei nove sopravvissuti al tragico viaggio, mentre stanno seduti nel campo rifugiati di Shousha in Tunisia, al confine della Libia. Dicono di aver visto la parola “ army“ sulla fusoliera del velivolo. Due mesi dopo il loro tentativo di fuga dalla Libia, sono in grado di scrivere la parola su un pezzo di carta e fare un dettagliato disegno dell’elicottero.
Dicono di essere certi, “perché dovremmo mentire?” dice Elia Kad , uno macilento etiope di 23 anni che parla fluentemente l’arabo e relativamente bene l’inglese. “Quale bene ce ne verrebbe adesso? Ciò che è stato è stato e non si può più tornare indietro.”
SPERANDO DI ESSERE SOCCORSI
Secondo il racconto dei sopravvissuti, l’elicottero discese ad una bassa altitudine, sorvolando ad un’altezza di circa 10-15 metri sopra il barcone e, usando corde , recapitò bottiglie d’acqua di marca italiana e diversi pacchi di biscotti ai rifugiati che poi li presero dal mare.
I rifugiati avevano lasciato la Libia per l’Europa, due giorni prima, da un luogo vicino Tripoli, con un’imbarcazione non identificata. La loro destinazione era l’isola italiana di Lampedusa che si trova a circa 290 kilometri dalla Libia. Ma poi si sono persi.
Adesso, il soccorso sembrava imminente. Il capitano, un altissimo giovane trentenne del Ghana che non aveva mai detto il proprio nome, tagliò il motore. Quando videro i soldati nell’elicottero, si accorsero che trasportavano armi e uno di loro che scattando foto fece dei segnali, come per dire : stiamo cercando di aiutarvi, restate dove vi trovate. Questo è ciò che interpretarono i rifugiati. Poi l’elicottero virò e andò via, dicono i rifugiati. I rifugiati osservarono fino a che l’elicottero non divenne altro che un punto all’orizzonte.
Poco dopo , il capitano fece qualcosa che non avrebbe mai fatto un esperto comandante. Elias, uno dei sopravvissuti , è in piedi sulle malferme gambe mentre, nel campo profughi, ricorda ciò che accade, sta attaccato alle corde della sua tenda come se fossero le funi dell’imbarcazione. E continua : il capitano buttò in mare gli strumenti di navigazione ed il suo telefono cellulare”. Evidentemente, intendeva impedire ai soccorritori che lo arrestassero e lo incolpassero come trafficante di uomini, e impedire alla polizia di frontiera di ammanettarlo per trasporto illegale di africani in Europa.
Elias era sorpreso, ma non fermò il capitano. Tra sé e sé pensò : La tecnologia non ci servirà più. Quello di cui abbiamo bisogno sono delle persone che ci rimorchiano a riva. Saranno qui tra due o tre ore, pensò Elias, da Malta o Lampedusa, l’isola considerata come la terra promessa.
Ma i soccorritori non sarebbero arrivati mai. Il dramma seguente fu solo un episodio di una tragedia molto più grande. Il racconto dei sopravvissuti è il resoconto dell’immensa sofferenza di fronte ai cancelli della Fortezza Europa. Costituisce il giornale di bordo della morte.
Da quando iniziarono, nel mondo arabo, le prime ribellioni della gente comune contro il potere e le loro lotte per la libertà, circa 34.000 rifugiati sono venuti in Europa. Secondo i dati delle Nazioni Unite, 14,000 dalla Libia si sono diretti verso Malta e l’Italia. Ma non li vuole nessuno.
Nell’arco di poche settimane, l’esodo ha cambiato l’Europa in una maniera che nessuno avrebbe mai immaginato. Poiché gli italiani concessero ai rifugiati un semplice permesso temporaneo , i francesi chiusero temporaneamente le frontiere. I danesi vogliono introdurre controlli alle frontiere. E i leader europei stanno discutendo su come limitare la libertà di movimento, mettendo in discussione uno dei principi fondamentali dell’Europa Unita.
Non è che i governi europei sono preoccupati dei rifugiati arabi. Ciò che realmente temono è che altre migliaia di rifugiati possano seguire l’esempio e venire da tutta l’Africa. In realtà molte imbarcazioni provenivano dall’Etiopia, Nigeria, Eritrea,Ghana e Sudan.
Rischiavano la traversata, anche se sapevano che il viaggio attraverso il mediterraneo, che spesso era insicuro, sarebbe stato mortale. Le Nazioni Unite stimano che circa 1,200 rifugiati si siano persi in mare solo dalla fine di marzo.
NON AVEVO SCELTA
Elias, Mohammed Ibrahim23, e Kabbadi Dadi, 19, i tre sopravvissuti intervistati da Der Spiegel ;, aspettavano da anni la possibilità di lasciare l’Africa. Elia, figlio di un pastore, era arrivato a Tripoli tre anni prima, e gli altri due erano arrivati nel 2008. Elias dice che essi sono membri di Oromo, un gruppo etnico perseguitato nel sud dell’Etiopia.
Uno dei suoi otto fratelli fu ucciso mentre combatteva contro le milizie governative, mentre un altro è in prigione. Elias aveva lasciato i suoi senza neanche un saluto. Ha lavorato come lavaggi sta a Khartoum , la capitale del Sudan, fino a quando non è riuscito a risparmiare il denaro per il viaggio attraverso il Sahara in carrette sovraccariche.
Alla fine di marzo , quando l’Occidente bombardava Tripoli, pensò che le opportunità fossero migliori di quanto fossero mai state prima. Non c’erano pattuglie nelle spiagge, come negli anni precedenti, quando l’Italia pagava un mare di soldi al leader libico Ghedaffi per trattenere i poveri migranti africani lontani dalle spiagge del’Europa. Elias sapeva quali fossero i pericoli ma, come egli dice : “non avevo scelta. La prigione o la tortura in Etiopia, o la libertà in Europa”.
Avviene spesso tra i rifugiati che fuggono dal Nord Africa che qualcun conosca un sudanese che conosce un libico che, una sera li chiami per dir loro di venire alla spiaggia. Erano le tre del mattino del 25 marzo. La luna era coperta dalle nubi, ma si potevano vedere le luci della vicina Tripoli e sentire le bombe.
Il loro contatto libico voleva 570 euro da ognuno di loro, ma non venivano comunicati né nomi né altre informazioni personali. L’imbarcazione , una barca di plastica per la pesca ondulava sulla riva ed era solo 10 metri di lunghezza e tre di larghezza. C’erano 50 rifugiati. Si arrotolarono i pantaloni ed avanzarono verso l’imbarcazione attraversando l’acqua bassa. Era la prima volta che Elias saliva in barca.
SEMPRE PIU’ DISPERATI
Il libico aveva portato a bordo contenitori blu di benzina, una bottiglia d’acqua per ogni passeggero, biscotti e datteri. Alcuni minuti prima che la barca si mettesse in mare, altri 22 africani salirono a bordo, portando il totale delle persone a 72, in uno spazio di 20 metri quadri. “ Chiunque pensa che sia troppo carica può scendere adesso, “ disse il libico, “ ma nessuno riavrà indietro il proprio denaro. “ La barca salpò con un carico di 50 uomini e 22 donne e bambini, cristiani e musulmani, il più vecchio di 45 anni ed il più giovane solo di un anno. Con l’aiuto di una buona visibilità ed un mare calmo, l’imbarcazione andava speditamente nell’acqua. E’ un viaggio relativamente breve per Lampedusa, lì avamposto dell’Europa, a soli 300 kilometri da Tripoli.
I passeggeri formavano una specie di catena umana, con le persone sedute l’una di fronte all’altra e con le gambe che si incrociavano. Indossavano indumenti a strati e le donne avevano avvolto le teste in sciarpe. Sapevano che di notte ci sarebbe stato freddo. “ In principio eravamo in un buono stato d’animo, “ dice Elias. “ Ci facevamo foto a vicenda con i cellulari. “ Avremmo dovuto avvistare la terra entro il secondo giorno, marzo 26,. Il signore di Ghana aveva detto che Lampedusa si sarebbe raggiunta in 18 ore, ma erano ormai passate 30 ore. Diventarono ansiosi. Quando l’elicottero si avvicinò verso le 10 di mattina, i passeggeri fecero dei segnali, sollevarono i contenitori e gridarono: “ aiuto, aiuto!” l’elicottero si abbassò per porgere dei viveri e poi si sollevò e andò via.
Trascorsero tre ore in attesa di un’imbarcazione di soccorso, ma quando ciò non si verificò, incominciarono a diventare sempre più disperati. E chiedevano al capitano il telefono satellitare.
Un uomo di nome Pietro, un cristiano che pregava continuamente, compose un numero per l’ Italia e parlò con un prete che conosceva al Vaticano. “ Cosa potremmo fare ? “ disse al telefono.
LOTTA PER UN’INDAGINE
Padre Moisse Zerai , un prete dell’ Eritrea, aiuta gli africani in pericolo in mare da un decennio. Gli rispose dicendogli che avrebbe fatto richiamare per cercare di localizzare l’imbarcazione.
Il prete è seduto nel refettorio del Collegio Etiopico, proprio dietro la Basilica di san Pietro nella Città del Vaticano. E’ la metà di maggio.
Padre Zerai afferma di averlo immediatamente notificato alla guardia costiera italiana il sabato, come sempre fa quando vi sono rifugiati in pericolo sulla rotta verso l’Italia. Dice di aver, anche, chiamato il quartiere generale NATO di Napoli, un ora più tardi. Fa notare che questo può essere provato dal cellulare .
Zerai non sa cosa non è andato. Ma se è vero ciò che raccontano i sopravvissuti, egli dice, l’equipaggio dell’elicottero,potrebbe essere incriminato per mancanza di soccorso in caso di emergenza. Egli lotta per una indagine sul caso e vuole un processo. E dice che è disposto a tutto per poterlo fare.
NESSUNA REGISTRAZIONE DI CHIAMATA
Vittorio Maggiore è un maggiore della guardia costiera italiana di Roma e conferma la chiamata di Padre Zerai. La barca fu allora localizzata, dice, a circa 60 miglia della costa nord della Libia ed il suo personale lo notificò alla guardia costiera maltese.
Le nazioni costiere hanno diviso il Mediterraneo in zone di perlustrazione e zone di soccorso. Il governo di Malta è responsabile di una vasta area che va dal mare di Lampedusa fino al lontano sud ed est. Quando qualcuno è in pericolo nell’ambito di questa zona, viene richiesto ai maltesi di inviare elicotteri o navi sul posto.
Le autorità maltesi dicono che non ci sono registrazioni di chiamate dall’Italia, e che non erano consapevoli della tragedia che si stava svolgendo nella barca dei rifugiati. Inoltre la barca era alla deriva nelle vicinanze della linea della zona di soccorso tra Malta e la Libia. “ Non possiamo determinare se la barca si fosse mai potuta trovare nella nostra zona di soccorso” dice il sindaco di Malta, Ivan Consiglio.
Se la barca si trovava ancora a sud di Malta, doveva toccare ai libici aiutarli, ma in Libia c’è guerra. E per Ghedaffi i rifugiati, morti o vivi, sono diventati armi, in questa guerra contro l’occidente.
Ma di che nazionalità erano gli uomini dell’elicottero ? quale nazione ha sbagliato ? Ovviamente l’equipaggio dell’elicottero avrebbe dovuto aiutarli, qualunque fossero le circostanze. Negli elicotteri della marina americana è dipinta la parola “ navy “ . gli elicotteri della marina britannica sono identificati dalle parole “ Royal Navy “ , quelli francesi dalla parola “ marine “ e quelli italiani dalla parola “ marina “. Fino ad ora, nessun governo ha ammesso di sapere alcunché dell’elicottero.
SPINTI A BERE L’ACQUA DEL MARE
L’odissea dei 72 rifugiati dopo l’allontanamento dell’elicottero e dopo che il capitano aveva buttato in mare gli strumenti di comunicazione. Per le successive due o tre ore, avevano viaggiato nella direzione in cui era scomparso l’ elicottero. Poi finirono il carburante. Adesso si trovavano ammassati su un’imbarcazione senza guida, in balia del mare. Quando un’imbarcazione va alla deriva, viene automaticamente colpita dalle onde da un lato all’altro e gira in continuazione. Poi gira in modo vorticoso e si capovolge lentamente. La corrente la spingeva verso la Libia mentre gli uomini a bordo lottavano per impossessarsi dell’ultima lattina di Red Bull che Kabbadi aveva portato con lui.
Quella sera spremerono due tubetti di pasta dentifricia, la mischiarono ad acqua salata, vi immersero le dita e la leccarono. Ora avevano finito le ultime provviste, non avevano più acqua e non era rimasto neanche un biscotto. A questo punto Pietro, il cristiano disse : “ Adesso non resta che pregare il proprio dio”.
Il terzo giorno, Marjam, una delle donne si lamentava perché stava morendo di sete. Gli uomini urinarono nelle bottiglie di plastica e bevvero la loro urina. Ma Marjam non poteva farlo questo, e poi in fronte a degli uomini. E così raccolse dell’acqua di mare e la tracannò . Ma il sale asporta l’acqua dalle cellule del corpo. Chiunque beve, solo acqua di mare, finisce per venire disidratato internamente. È una morte feroce.
Adesso il mare non era né calmo né sicuro. Si avvicinavano nubi cariche di pioggia, il vento aumentava e la temperatura, di notte, si abbassava a dieci gradi. A volte si vedevano luci in lontananza, forse paesi della costa o probabilmente barche di pescatori. Si sporgevano dalla barca e sguazzavano con le mani.
SERIE DI MORTI
Il primo rifugiato morì all’alba del settimo giorno. Si chiamava Ondassir, uno smilzo ragazzo dai capelli ondulati. Elias, uno dei sopravvissuti, dice : “ Non riusciva a sopportare il fatto che venivamo trascinati lontani dalla luce. Lo faceva impazzire”. A quanto pare, Odassir saltò improvvisamente in mare gridando che andava in sella sul suo asino per andare a comprare acqua per i bambini, e che loro non devono preoccuparsi perché sarebbe ritornato presto.
Gli uomini gli lanciarono l’ultimo salvagente, ma fu inutile. Sentirono le sue grida per alcuni minuti e poi nessun altro rumore. In silenzio continuavano a sguazzare con le mani in mare mentre le donne piangevano.
Quella notte morirono tre donne : la ragazza che aveva bevuto acqua di mare, una donna di nome Rachela che non aveva mai pronunciato una parola oltre al suo nome, ed Jamila una giovane mamma eritrea. Il suo bambino si era accasciato sul suo corpo senza vita e si lamentava mentre gli uomini cercavano di distrarlo con giochi e canzoni.
Gli uomini aspettarono ancora due giorni ma, quando verificarono che le donne non respiravano più fecero scivolare i loro corpi in mare. Non ci fu alcun rito o preghiera di gruppo. Ognuno recitò le sue preghiere da solo. Mancava la forza per fare di più. Subito dopo, morì Yussuf, il bambino che avevano sollevato in aria quando avevano visto l’elicottero. Il figlio di Jamila mori alcune ore dopo.
LOTTANDO PER RIMANERE VIVI
Il comandante del Ghana morì l’undicesimo giorno. Era seduto accanto agli altri quando si addormentò per non svegliarsi più. Senza dire una parola, gli uomini buttarono il corpo in mare per alleggerire il carico della barca e fare spazio ai passeggeri sopravvissuti. Nello stesso giorno, un uomo si lanciò in mare dopo aver visto che la moglie era stata gettata in acqua.
Ormai, morivano cinque, sei persone al giorno. Era normale, dice Elias. Ogni singolo rifugiato lottava per rimanere in vita difendendosi dalla sete, dal freddo e dall’apatia. La cosa peggiore, dice Elias, era sperimentare il fatto che il proprio corpo non rispondeva agli stimoli del cervello, strisciare l’un sull’altro, vomitando e quasi inconsapevoli. Con il passare dei giorni avvertiva di essere fuori dal mondo. Cosa avrebbe potuto impedire di non impazzire ? questa era la sua preghiera. Bisbigliava versi dell Corano come un mantra, ed i versi lo tenevano in vita.
Nel pomeriggio del dodicesimo giorno, si svegliarono dal delirio e videro una nave a circa 300 metri di distanza, forse una portaerei NATO. “ Era lunga e di colore chiaro” dice Elias “ E più grande di qualsiasi nave abbia mai visto prima. “
Con la forza che era loro rimasta, fecero dei segnali con le sciarpe e scialli delle donne morte. Videro degli uomini in uniforme e qualcosa che assomigliava a dei flash di macchine fotografiche . Si convinsero che la loro odissea era ormai finita e che erano già stati localizzati .Ma la nave veleggiò lentamente fino a scomparire: Eremias, un eritreo, saltava rabbiosamente per tutta la barca e gridava strappandosi i vestiti , corse al limite della barca e si lanciò. E ci fu, di nuovo, silenzio.
DI CHI LA COLPA ?
Un’intera flotta NATO si trova ad attraversare le acque libiche. Una legge è in vigore e riguarda sia le navi civili che quelle militari : il comandante deve fare tutto ciò che è in suo potere per portare aiuto alle navi in difficoltà. A meno che, ciò non comporti pericoli per sé stesso. Questo è prescritto dal trattato internazionale SOLAS ( Sicurezza della vita in mare ) che è stato creato dopo l’affondamento del Titanic. Le violazioni del trattato SOLAS vengono considerati crimini.
Ma chi ha violato le norme ? Di chi è la colpa della tragedia ? La NATO che nega qualsiasi colpa, ha esaminato i giornali di bordo delle navi sotto il suo comando. Sono dei documenti tenuti con grande cura nelle navi di guerra. Secondo il portavoce NATO non vi sono, nei giornali di bordo, riferimenti all’imbarcazione dei rifugiati.
La nave francese Charles de Gaulle che non navigava sotto il comando NATO ,nel periodo di riferimento, dice che la sua portaerei non era mai a distanza inferiore di 160 miglia marine dalla costa libica. Se questo è vero, sarebbe stata ben al di là dall’orizzonte di posizione della barca rifugiati.
Il Mediterraneo brulica di barche. Molte pescano di frodo usando vasi di argilla attaccati l’un l’altro e calati in mare. I pescatori sono spesso in mare per lunghi periodi di tempo per poter ritrarre in barca i vasi. Forse le navi confusero la barca dei rifugiati con una barca di pescatori ?
Judith Sunderland che indaga sull’accaduto per l’organizzazione Human rights watch, dice che forse i soldati videro i rifugiati ma , non capirono che la barca fosse in difficoltà. La Sunderland chiede che, da adesso in poi, tutte le imbarcazioni che transitano nel Mediterraneo vengano considerate imbarcazioni in difficoltà, anche se stanno a galla ed i loro motori funzionano.
CACCIATI IN PRIGIONE
Il vento infuriava quel 9 aprile . Erano rimasti vivi, soltanto, 10 uomini ed una donna. Nelle prime ore del mattino, la barca si arenò su una roccia, ebbe una falla e si capovolse. La risacca trascinò tutti alla riva, tranne l’ultima donna sopravvissuta che rimasta in barca annegò prima di arrivare a terra, si chiamava Rahima.
I tre sopravvissuti nel campo rifugiati di Shousha non riescono a ricordare quasi niente di ciò che accadde dopo, tranne il fatto di trovarsi sulla spiaggia, a faccia in giù. Poi sentirono delle voci, in arabo, di soldati libici.
La corrente ed il vento aveva trascinato la loro barca a terra vicino a Zlitan, una città costiera libica tra Misrata e Tripoli, a 140 kilometri di distanza da dove si erano imbarcati due settimane prima.
“ zitti, seduti ! “ gridavano i soldati. Sequestrarono i cellulari dei rifugiati, distrussero le loro carte SIM e cancellarono le foto ed i video del viaggio. Poi li portarono in una prigione vicino a Tripoli dove si trovavano ammassati altri uomini, in celle senza finestre e con scarsissimo spazio.
Un uomo di nome Tariq morì due giorni dopo, lasciando solo nove sopravvissuti. L’acqua del mare aveva corroso, nelle braccia e nelle gambe, la pelle scura di Elias, lasciandogli la pelle rossa e di un acceso colore chiaro che gli bruciava maledettamente, doveva essere ospedalizzato e sottoposto a dialisi.
Un compagno di prigione del Bangladesh gli prestò il cellulare ed Elias chiamò un parente a Tripoli che li fece liberare tramite il pagamento di $ 100 a persona e li portò al vescovo di Tripoli. Furono medicati e provvisti di vestiti , e delle suore si prodigarono a curarli. In considerazione dei continui bombardamenti di Tripoli, i sopravvissuti si separarono. Probabilmente, tre di essi si avventurarono di nuovo nel Mediterraneo. O sono morti o sono a Lampedusa, dice Elias . Elias, Mohammed e Kabbadi, dopo essere stati curati dalle suore, furono imbarcati su un autobus ed attraversarono il confine. Adesso vivono in un campo rifugiati a Shousha, ma il terreno vacilla ancora sotto i loro piedi. Elias pesa 45 kili ed il mare gli ha lasciato dei solchi profondi sul viso.
Le persone dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati li visitano ogni giorno. Vengono dall’hotel Odyssey della città turistica di Zarzis , vicino Djerba, e continuano a fare domande. Vogliono sapere cosa videro, ed una descrizione esatta dell’elicottero. Vogliono scoprire se in Occidente, vi sono persone colpevoli o parzialmente responsabili della morte di 63 persone. O se è stato possibile che 63 persone morissero perché nessuno pensava di averne la responsabilità.
CI FATE MORIRE LENTAMENTE
“ Qual’ è il motivo di tutto? “ Elias chiede. “ La verità non cambia, non cambia niente. L’Europa non ci vuole. Voi, non ci uccidete direttamente. Invece, ci fate morire lentamente, inosservati, sul mare aperto .
Dorme accanto a Mohammed e Kabbadi,, di notte, così come stavano accalcati sulla nave. Dice di non riuscire a dormire che poche ore per volta a causa dei cattivi sogni. Quando si sveglia, lamentandosi dei suoi incubi, si sdraia lì vicino e osserva il cielo deserto.

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