Il rischio

Da: Matteo Renzi, Fuori!, Milano, Rizzoli, 2011.

In ogni storia c’è sempre un bivio difficile, un appuntamento dal quale non puoi scappare. C’è sempre un momento in cui devi deciderti. Devi scegliere. Devi farla finita con la tattica e buttare in campo il cuore. Con tutti i rischi del caso. […]
Ero all’ultimo anno di mandato come presidente della Provincia di Firenze. Appena qualche mese e si sarebbe tornati al voto. Tutti i dirigenti locali del centrosinistra fiorentino erano favorevoli alla possibilità che io proseguissi il lavoro in Provincia, con il secondo mandato. Contenti per come avevo amministrato? Forse, ma a dir la verità non ci avrei giurato. Qualcuno, infatti, voleva solo evitare la mia candidatura alle elezioni comunali che si sarebbero svolte contestualmente. Il senso del ragionamento era chiaro e stava in un lungo sms che ricevetti un tardo pomeriggio di fine estate da un amico caro, sinceramente preoccupato: “Matteo, ormai è sicuro. Se vuoi ti fanno fare di nuovo il presidente della Provincia. Evitiamo il gorillaio delle primarie. Basta che tu dica sì e hai cinque anni garantiti. Ma chi te lo fa fare di lasciare? Per le primarie del Comune che tanto perdi? Ti sei montato la testa o sei semplicemente rimbambito?”
Mica male come domanda. Però la verità è che io faticavo a mandare giù questo “loro”.
Loro ti fanno fare il presidente. Loro ti evitano il gorillaio. Loro ti garantiscono. Loro. Perché devono decidere loro?
[…] Ero molto tentato dalla generosa offerta dei miei amici di partito: stai buono, stai sereno, stai al tuo posto. Ringrazia il cielo che sei lì. Magari, se proprio insisti, ti mandiamo tranquillo a tenere i tuoi convegni sul rinnovamento generazionale, che è un argomento che piace tanto a voi giovani.
Un pezzo grosso del mio partito sentì la necessità di spiegarmelo in modo sbrigativo: “Ciccio, a me hanno insegnato che a trentaquattro anni si rispetta la fila”. Disse proprio così: si rispetta la fila. Come al supermercato, quando tutti abbiamo da svuotare il carrello. Uno per volta, rispettando la fila. Solo che facendo così in politica non si svuota il carrello, si svuota l’entusiasmo.
Decisi che non volevo (e ancora oggi non voglio) fare il pollo di batteria. Non volevo che gli altri, loro, decidessero i tempi. Non volevo stare alle loro regole, le regole di una generazione che ha già dato tutto quello che poteva dare. Una generazione che ha già sprecato la propria opportunità e che cammina incerta, con quello che Montale definiva “terrore d’ubriaco”. Una generazione che si dimostra ogni giorno più incapace di capire le trasformazioni della società. Sono sempre più chiusi nei palazzi, con le loro discussioni fatte a colpi di dichiarazioni alla stampa, che non interessano ormai nemmeno gli addetti ai lavori. […]
Ma torniamo alla mia piccola storia. No, no, altro che rispettare la fila. Non avrei aspettato le loro scelte. Non avrei rispettato i loro tempi. Mi sarei messo in gioco, nonostante loro e forse contro di loro. […]
Può provare a fare il primo cittadino solo chi crede che amministrare sia davvero un’estensione del verbo amare. L’etimologia della parola ci porterebbe altrove. Dovremmo dire infatti che amministrare significa servire. E il tema del servizio civico, della cosa pubblica è uno degli aspetti più intriganti della politica fatta con passione. Nell’abisso di solitudini che caratterizza il nostro tempo, c’è proprio bisogno di costruire comunità, di incrociare segni, di stabilire legami. Evitare l’individualismo dedicando del tempo al servizio del bene comune è già una suggestiva scelta controcorrente. Ma questo vale per ogni tipo di impegno politico. La peculiarità dell’esperienza come sindaco – o come candidato sindaco – sta proprio nel legame intimo e inebriante con la propria città.

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