“La prima industria della Sicilia è la Sicilia stessa”

Rifiuti, ancora una brutta immagine della Sicilia

di Maurizio Zoppi

Oggi, la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti in Sicilia, ha mostrato un quadro certamente sconfortante della nostra isola.
L’occasione era il convegno “Rifiuti in Sicilia: esperienze, problematiche, prospettive“ radiografia sul sistema dei rifuti siciliano da cui l’isola proprio bene non esce.
Pietrangelo Buttafuoco, siciliano, scrittore, giornalista e direttore artistico del Teatro Stabile di Catania a pag 15 del mensile “il Sud” dedica un approfondimento al problema, dal titolo, appunto, “Qual è l’immagine della Sicilia oggi?“.
Buttafuoco scrive tra l’altro: “La fondamentale tragedia della Sicilia è l’ignoranza che devasta i siciliani che non sanno mettere a frutto una patria cui guarda il mondo con la commozione dovuta alla memoria, all’essenza di ciò che è puro spirito e, per dirla in un parola, alla poesia.”

Qual è l’immagine della Sicilia oggi?

di Pietrangelo Buttafuoco

La prima industria di Sicilia è la Sicilia stessa. Riprodurla, in termini planetari, fosse pure sotto forma di mafia, è un grasso business.
Da Vito Corleone fino ad arrivare ai Soprano’s, passando per la paccottiglia folcloristica, la Sicilia tira. Tira la volata al mercato. E la ragione sociale di questa economia è la cultura. Nulla di cerebrale, per carità, piuttosto un patrimonio spontaneo.
La Sicilia, infatti, è un marchio riconosciuto ovunque e venduto altrove. Un brand sconosciuto agli stessi siciliani che non sapranno mai di avere in dote una terra che fu prima gemma dell’Islam, pascolo sacro dell’Ellade, vetrina di Spagna e avamposto d’Eurasia nel Mediterraneo.
La fondamentale tragedia della Sicilia è l’ignoranza che devasta i siciliani che non sanno mettere a frutto una patria cui guarda il mondo con la commozione dovuta alla memoria, all’essenza di ciò che è puro spirito e, per dirla in una parola, alla poesia. Quando agli inizi del Novecento, Iqbal, un grande poeta pakistano, affacciato dal ponte di un piroscafo diretto in Inghilterra, si lascia sedurre dal profilo di un’isola a lui estranea ma intima nell’eco del canto comune a tutti i musulmani, scopre nella Sicilia che gli si staglia all’orizzonte una promessa di ritorno per il mondo fatto plurale, ovvero, universale: dalla radice greco-romana a quella islamica.
Ancora più dell’Andalusia, infatti, la Sicilia che è la terra di Ibn Hamdis, nell’apogeo dei suoi saraceni fu la vetrina di un Mediterraneo splendido e generoso di spiriti superiori. Ridurla oggi a periferia post-prandiale, non luogo per consumi rateali di rutti consumistici è un contrappasso fin troppo crudo.
Ma resta sempre incredibile come, malgrado tutto, malgrado le periferie, le tristi croste urbanistiche che – come zecche – sfasciano i paesi un tempo nobili, la Sicilia resti ancora intatta di bellezza e storia. Un museo a cielo aperto. Chiuso il sabato e la domenica. Per non pagare gli straordinari a tutti noi siciliani, impiegati dell’ordinario oblio di cotanta magnificenza.

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