Processo del depuratore – “Le vittime stavano lavorando nella massima insicurezza”

di Leone Venticinque, per il Laboratorio politico Vetustissima et Iucundissima

2011.01.23 – L’udienza del 21 gennaio 2011 è trascorsa con il controesame di alcuni testimoni. Hanno particolare rilevanza le risposte fornite alle domande delle parti dall’Ingegner Aiello, addetto al controllo e vigilanza sulla salubrità e sicurezza dei luoghi di lavoro per conto della Azienda Sanitaria Provinciale di Catania. Il giorno dell’incidente Aiello venne chiamato a esaminare le condizioni dell’impianto e ha successivamente effettuato una ricostruzione degli eventi che evidenzia violazioni alle leggi sulla sicurezza e allo stesso tempo aggiunge elementi non secondari al quadro generale dei fatti finora emerso dalla perizia dei consulenti già ascoltati tempo addietro.
Secondo l’ipotesi di Aiello riguardo allo svolgimento dei fatti dell’11 giugno 2008, in una prima fase solo tre dei sei operai – Pulici, Smecca e Tumino – sono impegnati nell’operazione di spurgo della condotta fanghi. In una corretta attività di gestione dell’impianto che prevede il frequente svuotamento delle vasche di raccolta fanghi non dovrebbe succedere che i tubi si intasino, fenomeno che si verifica quando il fango viene lasciato per troppo tempo e sedimenta formando uno strato più denso. Due operai si trovano all’interno della vasca e il terzo è là vicino. È un modo di procedere – spiega Aiello – assolutamente da evitare per la sua elevata pericolosità in quanto è un grave rischio lavorare in uno spazio confinato e interrato a monte del quale si trova un gran quantitativo di fanghi che possono inaspettatamente scendere invadendo il locale. La procedura corretta sarebbe stata quella di svuotare prima tutto l’impianto, “ma spesso capita che la sicurezza viene a confliggere con l’economia”. Aiello ipotizza che chi stava lavorando nella vasca aveva intenzione di uscire prima di azionare la lancia idrogetto, per evitare di essere sporcato dai fanghi, essendo oltretutto vestito con abiti normali senza tute impermeabili. Pulici infila la lancia idrogetto nel tubo e sta per uscire dalla vasca risalendo la scala prima che uno dei due operai della ditta di Ragusa metta in azione la lancia con acqua sotto pressione in modo da disostruire il tubo. L’azione pianificata invece non viene completata per il sopraggiungere del malore dovuto ai gas contenuti nella vasca e perché dal tubo ostruito inizia a uscire del fango, forse per l’azione meccanica esercitata sul materiale ostruente nell’atto di infilare la lancia idrogetto all’interno del tubo. A quel punto l’operaio rimasto all’esterno della vasca – Smecca o Tumino – cerca di chiudere la valvola per interrompere l’afflusso di fanghi ma non vi riesce completamente a causa della presenza del tubo di gomma della lancia. In questo tentativo il congegno meccanico viene forzato fino a rompersi. L’operaio allora si precipita nella vasca per soccorrere i primi due e perde i sensi.
Passa del tempo, forse anche mezz’ora. La vasca gradualmente si riempie di fanghi fino all’altezza di un metro dal fondo, come mostra il segno lasciato sulle pareti, e copre i tre corpi. Gli altri operai arrivano; Zaccaria, Palermo e Sofia non vedono i colleghi ma temono possano trovarsi all’interno della vasca sotto il fango. Non hanno visto cosa era successo ai primi tre, perciò niente li avverte circa la presenza di gas letali. Decidono di attivare la pompa di aspirazione – che è stata poi trovata ancora accesa – e una volta svuotata quasi completamente la vasca scendono incauti nel tentativo di recuperare i compagni, trovando invece la morte.
Il tragico imprevisto accaduto alle vittime ha avuto esito fatale anche perché la condizione di accesso alla vasca non avrebbe comunque permesso una operazione di recupero dei primi operai, impossibile a compiersi per mezzo di una scala a pioli resa oltretutto scivolosa dai fanghi. La scala a pioli era assolutamente inadeguata per svolgere l’accesso alla vasca, accesso che comunque non si sarebbe assolutamente dovuto fare. L’Ing. Aiello ricorda che in proposito esiste una specifica normativa che stabilisce la obbligatoria presenza di un sistema atto a permettere, mediante imbragatura degli operatori, fune e motore di sollevamento, di recuperare agevolmente un operatore senza mettere in pericolo la vita degli altri.
Il testimone Ing. Aiello aggiunge altri dettagli di contorno alla vicenda e spiega in base a quali riscontri oggettivi sia stata elevata a suo tempo da parte degli uffici competenti una sanzione amministrativa per mancato rispetto delle normative in materia di sicurezza a carico dei titolari della ditta di Ragusa e degli imputati Zampino e Catalano. In tutto l’impianto di depurazione, e in particolare nel luogo dove è avvenuto l’incidente, mancavano cartelli di pericolo e indicazioni di qualsiasi genere atte a indicare la pericolosità e i gravi rischi potenziali.
Per quanto riguarda la formazione professionale che la legge prevede per il personale impiegato in operazioni da compiersi in impianti di depurazione, negli uffici del Comune è stato trovato solo un documento che secondo Aiello non aveva né i requisiti sostanziali né quelli formali per poter essere definito un prospetto di valutazione dei rischi: generico e approssimativo, senza protocollo, senza le firme necessarie per legge. Da ciò derivano gli evidenti profili di reato per il mancato rispetto delle norme riguardanti la sicurezza dei lavoratori. Stesso discorso per i due operai della ditta di Ragusa, altrettanto privi di corsi di formazione. Inoltre di Tumino era anche privo di esperienza pratica essendo al suo primo giorno di lavoro, mentre Smecca era impiegato nella ditta da alcuni anni.
Particolare attenzione merita, infine, l’ordine di servizio con il quale l’Ufficio Tecnico del Comune di Mineo definiva l’operazione da compiere nel depuratore. L’intervento era stato richiesto una prima volta e fissato per l’8 giugno 2008, poi richiesto una seconda volta per l’11 giugno. Nell’ordine di servizio si parla di una tubatura ostruita, che si troverebbe in un punto differente del depuratore rispetto a quello in cui gli operai stavano lavorando al momento dell’incidente. Tale discrepanza potrebbe essere utilizzata dalla difesa degli imputati a sostegno della tesi tendente a scaricare sulle vittime gran parte della responsabilità per l’accaduto. Non sembra tuttavia che nel corso delle numerose perizie e sopralluoghi effettuati al depuratore dal giorno dell’incidente sia stata verificata l’effettiva esistenza del problema di ostruzione nel luogo indicato dall’ordine di servizio, per capire se tale documento era corretto o conteneva invece un errore nella localizzazione del punto in cui andava effettuato l’intervento. Allo stesso tempo, l’Ing. Aiello ha dichiarato che nella tubazione ove le vittime avevano inserito la lancia idrogetto si poteva riscontrare la presenza di materiali ostruenti, il che starebbe a significare che in ogni caso un intervento di manutenzione era necessario anche in quel settore dell’impianto dove è avvenuto l’incidente.

Nella prossima udienza pubblica, fissata al 1 febbraio 2011, ore 15, verranno sentiti altri tre testimoni in controesame.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...