Dopo il referendum di Caltagirone che farà il Partito democratico?

Trotskismo siculo

di Antonio G. Pesce

2011.01.12 – Prima che ci si mettessero anche Berlusconi, Fini e camerati vari a far loro concorrenza, beghe espulsioni e scissioni erano appannaggio degli uomini del Pci. Si racconta ancora oggi della calorosa “dialettica interna”, che i soliti “elementi reazionari” allora descrivevano come una guerra fratricida. Alcune volte davvero non si poteva farne a meno, soprattutto quando i carri armati sovietici marciavano sui cadaveri del proletariato disobbediente. Altre, si poteva eccome, trattandosi di mero puntiglio personale regolato a colpi di mozione.
Il referendum di Caltagirone sembra aver fatto tornare la sinistra italiana a quei non proprio idilliaci tempi. Da una parte la nomenclatura, lo statuario compagno baffone che detta la linea. Dall’altra i trotskisti di turno, quelli della rivoluzione perenne e della dittatura della base. O forse si tratta solamente di persone di buon senso, che al governo della Sicilia volevano andarci in un modo più “democratico”, e magari senza il tanto vituperato (fino al giorno prima) Lombardo.
Il fatto è, però, che il Trotski del Calatino, Gaetano Cardiel, rimosso da segretario del Pd di Caltagirone, ha vinto alle urne: il 97 % dei votanti (2124) ha preso le armi contro l’alta intellighenzia del partito e non l’ha mandata a dire. E il Politburo ha potuto solo gridare al complotto dei “controrivoluzionari”: per Giuseppe Lupo, Antonello Cracolici e Concetta Raia è tutta colpa di Berlusconi e dei suoi “sgherri” infiltrati per far saltare l’accordo col governatore autonomista. Come se Enzo Bianco – uno che le elezioni le vince eccome – e Mario Crisafulli non fossero in grado di sentire l’umore di una base, “educata” per anni alla lotta morale contro lo strapotere di un signore, Raffaele Lombardo, fino a ieri segnalato a sinistra tra i peggiori uomini politici dell’Isola.
Stando così le cose, non è proprio possibile che in una bella città, storicamente assai attiva in campo politico, ma in fin dei conti abbastanza piccola perché, grosso modo, ci si conosca tutti, quale è Caltagirone, duemila elettori del Pd abbiano voluto esprimersi – magari a torto – contro le scelte del vertice? Siamo sicuri che ogni “contrapposizione dialettica” sia opera di strane manovre, e non già il frutto di una pregressa educazione delle masse, repentinamente mutata col mutare degli interessi della classe avanguardista?
Eppure, se tatticamente l’operazione di Lupo e compagnia è fallimentare, strategicamente potrebbe avere delle buone ragioni. La sinistra italiana – e soprattutto quella siciliana – non governa. Quando lo fa, comincia col voler rispondere alle necessità degli operai, e finisce col dar soddisfazione agli svaghi degli intellettuali. E questo perché dopo Marx, Gramsci e la morte del comunismo, la sinistra e i reduci dell’utopia non hanno saputo – o potuto – analizzare bene il reale per dedurne un nuovo linguaggio. In parole povere? Hanno navigato a vista, senza sapere lo scopo della propria azione politica.
Qualcuno doveva rompere l’incantesimo della bella addormenta. Ci pensò nel 1998 Massimo D’Alema al governo della nazione. Ci hanno pensato in Sicilia Lupo e Cracolici, anche se con risultati affatto differenti. Ma non è un caso che, un paio di mesi dopo l’accordo con Lombardo, il Pd siculo tappezzava la regione di manifesti, per comunicare quanto avesse strappato al baffuto di Grammichele. Era – si voleva che fosse – il segno delle possibilità di governo di una sinistra riformista, capace di dire anche dei sì, di assumersi anche delle responsabilità. Non mancò il coraggio – si dirà un giorno – anzi vi abbondò. E quando i pastori accolgono, per troppa bontà, il lupo che scacciavano nel ventre del gregge che difendono, non sono uomini di pace ma imprudenti. Ecco: la sceneggiatura era perfetta, ma la parte non è tagliata per l’attore protagonista.
Tuttavia, anche i trotskisti devono tenere presente alcuni limiti: cadere proni davanti allo stato attuale di cose non è più errato che ergervisi sempre a giudice. Perché le idee che non cammino con le gambe degli uomini per le strade accidentate degli uomini, sono idee più che zoppe. Sono idee fallimentari.

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