Quanto costa informare i siciliani?

Fava: Catania, 27 anni dopo, il silenzio della societa’ civile

Intervista di Enrico Sciuto a Valter Rizzo, uno dei sei giornalisti licenziati da Telecolor, dopo che il gruppo Ciancio acquisì la storica emittente catanese. Oggi lavora per RAI TRE e collabora con “Il Fatto Quotidiano”.

Perchè nessuno dei giornalisti di Telecolor è stato invitato al convegno sulla libertà di stampa che si sta svolgendo a Palazzolo Acreide, nel quadro delle commemorazione di Fava?
Bisognerebbe porre la domanda a chi ha organizzato l’iniziativa. Sembra l’ennesima prova di autoreferenzialità da parte di persone guardano solo al loro piccolo mondo. Forse c’è anche una sorta di fastidio nei nostri confronti. Una sorta di astio perchè abbiamo dimostrato quello che – fatte le debite proporzioni – dimostrò anche Fava: in questa Città non è vero che non si può fare una battaglia per la libertà d’informazione e sfidare il potere. Noi facevamo parte di una redazione che era di proprietà di Ciancio, ma nessuno di noi è stato assunto da Ciancio; è lui che ha comprato l’emittente nella quale lavoravamo da anni. Nonostante ciò siamo riusciti a fare informazione in maniera libera, corretta e onesta. Non eravamo una redazione barricadera, ma eravamo una redazione che faceva onesto giornalismo. Il punto è che questo modo di lavorare, che definirei normale, a Catania assume una connotazione “rivoluzionaria” e non è tollerato. Il nostro non piegarci ha dimostrato che è non è affatto vero che non si può far nulla, abbiamo mostrato che è possibile non mettersi sempre a novanta gradi, in riverente ossequio. Naturalmente abbiamo dovuto pagare un prezzo: ci siamo coscientemente giocati il lavoro, il pane quotidiano. Diamo fastidio perché abbiamo dimostrato che si può combattere, basta solo avere un po’ di coraggio e accettare di dover pagare un prezzo

Come è andata ai giornalisti di Telecolor?
Intanto voglio dire che siamo stati licenziati perché Ciancio voleva inserire una redazione parallela controllata direttamente dall’editore. La motivazione economica è una menzogna. La Redazione aveva messo a punto un piano di risparmio che corrispondeva al centesimo con la richiesta economica fatta dall’editore. Ciancio rifiutò quel risparmio di 350 mila euro all’anno proposto dai redattori pretendendo che accettassimo di avere una redazione parallela controllata direttamente da lui. Una condizione inaccettabile. E’ per questo che siamo stati licenziati. Dopo la nostra cacciata, c’è stata una diaspora, per alcuni versi simile a quella dei redattori de I Siciliani dopo la fine del giornale fondato da Fava.
E normale che nessuno di noi abbia fatto un giorno di sostituzione alla Rai in Sicilia? E’ normale che nessuno sia stato chiamato a lavorare per uno dei grandi giornali siciliani? Io oggi lavoro alla Rai, ma a Roma. Sono stato espulso da questa città. Giuseppe La Venia lavora pure lui in Rai, ma anche lui anche fuori Sicilia. Mi sento dire: “avete fatto una bella carriera da quando ve ne siete andati da Telecolor”. Voglio dire a questa città senza memoria che io non me ne sono andato da Telecolor; ne sono stato sbattuto fuori a calci insieme ai miei colleghi. Avevamo una sola colpa: parlavano, scrivevamo e soprattutto pensavamo troppo.

Ventisette anni dopo l’omicidio Fava lei è stato coautore del pezzo con cu “il Fatto Quotidiano” ha svelato l’inchiesta a carico di Mario Ciancio. Che cosa sta accadendo a Catania, ventisette anni dopo?
Una cosa che poteva accadere molto prima. La magistratura sta oggi rileggendo in maniera organica una serie di fatti, di episodi, di circostanze, di eventi, che in passato sono stati letti in maniera isolata. Leggere un fatto in maniera isolata porta ad una valutazione riduttiva di quel fatto; inserire tanti fatti isolati in quadro unico, consente di comporre uno scenario che in passato non è mai stato possibile delineare. Mi chiedo e chiedo chi o cosa in passato hanno impedito di fare quello che si sta facendo adesso? Vedremo a cosa approderà quest’indagine, ovviamente non ci sono certezze e non possono esserci sentenze a priori. Fatto sta che la Procura di Catania ha iscritto Mario Ciancio Sanfilippo nel registro degli indagati, ipotizzando per lui il reato previsto dagli art. 110 e 416 bis del Codice penale. Il fatto “rivoluzionario”, diciamo così, sta proprio nell’averlo fatto. Per la prima volta la Procura di Catania non si attiene alla regola della riverenza e dell’intoccabilità dinanzi a determinati personaggi di questa città. Seppur per reati molto meno gravi (lo scempio di Piazza Europa), è già sotto processo un altro potente personaggio: Ennio Virlinzi. Stiamo parlando di un’indagine preliminare e di un processo a carico di due uomini che prima non era nemmeno possibile nominare all’interno del Palazzo di Giustizia. Credo che si possa dire con certezza una cosa: è finito il mito dell’inviolabilità, come ha giustamente scritto Claudio Fava.

L’opinione pubblica catanese, anche quella che più si è spesa in passato su questi temi, non pare aver tratto le conclusioni politiche di questa vicenda.
Penso che questo sia vergognoso. Lo scriva bene: v-e-r-g-o-g-n-o-s-o. Di fronte a una delle notizie più importanti degli ultimi trent’anni, la città ha risposto con un silenzio assordante. Ed è ancora più assordante il silenzio di quelli che si professano i duri e puri dell’antimafia in questa città. Ci sono dei personaggi che hanno costruito su un presunto impegno antimafia immagini, carriere, fortune e visibilità, ma che dinanzi a questa notizia hanno taciuto e continuano a tacere. Soggetti che, per di più, rispondono con protervia e arroganza a chi gli contesta questo silenzio. Devo dire che in quanto a epidemia di mutismo ci sono silenzi che pesano più di altri. Uno è senza dubbio quello di Cittàinsieme, o quello di alcuni antimafiosi di professione sempre pronti a dire la loro su tutto ma colti da subitanea paralisi di fronte alle notizie che riguardano Ciancio. Vien da chiedersi di cosa si tratti? Paura di perdere i miseri spazi che Ciancio elargisce sul suo foglio? Oppure congenita vocazione all’ossequio?
Il silenzio o addirittura la solidarietà verso Ciancio, come si è visto dopo la straordinaria puntata di Report dedicata a Catania, era ciò che ci si aspettava dalla città benpensante, ossequiosa, riverente… Ma quella che pretende di essere la parte migliore di Catania e che poi, dinanzi a questa notizia, ritiene di non dover dire nulla, beh: questo è una scelta che va incisa nel marmo della storia personale di ognuno. Hanno parlato, onore al merito, soltanto Claudio Fava e Sonia Alfano. Gli altri dov’erano? Bisognerà ricordarsene.

L’omicidio Fava ha forse rappresentato uno spartiacque nella storia di Catania?
Certamente è stato uno spartiacque tragico. Una ferita feroce. Uno spartiacque anche in molte storie personali. Lo è stato ad esempio nella mia. Io non ho conosciuto bene Giuseppe Fava. Lo sottolineo per prendere le distanze da uno dei grandi sport catanesi e nazionali: quello dell’essere sempre i migliori amici dei morti (i quali da morti non hanno modo di smentire). Ero giovanissimo quando mi presentai al “Giornale del Sud” per proporre un articolo. Fava, mi ricevette nel suo studio. Aveva letto il pezzo, mi disse che era decisamente lungo. Dovevo ridurlo di un terzo delle battute. Ero molto giovane e molto sciocco. Presi via il pezzo e me ne andai incazzato nero.
In tutto Fava lo vidi due volte, niente di più. Non ho mai lavorato con lui, non sono stato suo amico, ma di sicuro è stato un maestro postumo. La sua esperienza mi ha consentito di fare questo mestiere in un certo modo, piuttosto che un altro. La sua vicenda umana, culturale e professionale, la sua vita e la sua morte hanno insegnato ad una generazione che questo mestiere si può fare in maniera diversa rispetto al modo ossequioso e riverente cui molti erano e sono ancora oggi abituati. La sua morte mi ha spinto a farlo seriamente questo lavoro; Fava ha insegnato che si poteva fare giornalismo a Catania in maniera diversa. Ci ha mostrato che per fare questo lavoro ci sono dei rischi, dei prezzi da pagare. Insomma non ce lo ha ordinato il medico di fare questo mestiere, ma se proprio vogliamo farlo allora dobbiamo farlo in un modo decente.

Che cosa deve fare oggi un ragazzo che inizia la professione?
Oggi ci sono più strumenti a disposizione. Non sono fra quelli che mitizza il web, ma rispetto agli anni di Fava, ad esempio, per fare un giornale bastano poche migliaia di euro. A Catania vedo tantissime risorse giovanili, risorse d’intelligenza e cultura, che vengono sistematicamente sprecate. Sono poche le persone che hanno voglia e pazienza di insegnare ai ragazzi come si fa questo lavoro, per cui tanti giovani che hanno talento e volontà, non riescono a formarsi professionalmente. Vi sono poche esperienze che stanno formando dei giovani. Una è senza dubbio Steep One, vi sono altri siti web interessanti, vi è l’esperienza di Sud, vi sono poi i giovanissimi e bravissimi colleghi di Sesta Rete. Il problema è che vi è un enorme deficit nella trasmissione dell’esperienza professionale, delle competenze, delle regole della professione. Ci sono alcuni che si atteggiano a maestri, ma in larghissima parte sono dei cattivi maestri.  Questo è un mestiere che deve avere un profondo senso etico e ha delle regole, non si può fare in qualsiasi modo. Il rischio è che si scambi il giornalismo con la militanza. Sono due cose, rispettabili, ma tra loro completamente diverse e non sovrapponibili. Confonderle è un disastro.

Non pensa che oggi un certo modo di fare informazione corra il rischio dell’autoreferenzialità?
Assolutamente. C’è l’esperienza di giornaletti messi su lungo tutti questi anni che non hanno mai tirato fuori una notizia. Un giornale, è un giornale perchè mi porta le notizie. Altrimenti è uno sfogatoio, un agglomerato di editoriali e di commenti che può avere una valenza politica, culturale, insomma quel che vi pare, ma il giornalismo è altra cosa: è fare inchieste, andare a trovare e riportare le notizie che gli altri non scrivono. Quando parlavo di cattivi maestri pensavo a chi insegna ai ragazzi che il centro non sono i fatti, le notizie, ma sono loro, le loro frasi, le loro battute che vorrebero essere taglienti ma assai spesso sono solo scontate e dense di luoghi comuni. Questa viene spacciata per controinformazione. Io direi che è solo il contrario dell’informazione.

Tutta l’opera di Giuseppe Fava è pregna di attenzione al senso comune, ai ragazzi della strada…
L’aspetto culturale dell’esperienza di Fava resta ancora assolutamente trascurato. Eppure vi sono aspetti di straordinario interesse: l’impegno a raccontare e leggere la marginalità. Un interesse, una curiosità quasi pasolinani. Fava non ha insegnato solo ai giornalisti, ha lasciato una fortissima eredità agli intellettuali. Un’eredità che nessuno è in grado di raccogliere e valorizzare. Perché non si cerca di capire cosa accede dentro le periferie, dentro le vite dei ragazzi che finiscono a fare i manovali nelle organizzazioni criminali. Farlo senza quell’atteggiamento di spocchia aristocratica di una certa sinistra. Catania ha bisogno di essere letta, così come l’Italia. Quando ho intervistato Maurizio Avola, mi sono chiesto non solo quante persone aveva ammazzato, ma ho cercato di capire, pur mantenendo intatto il giudizio morale di fronte ad un assassino, che persona era. Cosa lo aveva fatto diventare un killer spietato pur arrivando da una famiglia di persone normali. Bisogna esser curiosi dell’umanità. Se perdiamo la capacità di emozionarci, di sentire l’umanità che raccontiamo non possiamo essere giornalisti. Credo che questo Fava lo abbia insegnato in ogni riga che ha scritto.

Vorrei tornare al discorso sulle persone che hanno costruito un’immagine sull’antimafia. Sembri d’accordo con Sciascia quando parlava di “Professionisti dell’antimafia”? Un articolo per il quale venne ferocemente criticato
Sì, è arrivato il momento di riparlarne. Soprattutto alla luce della vicenda catanese. Io non sono tra quelli che, accodandosi a Pierluigi Battista, sostengono che bisogna chiedere scusa a Sciascia per gli attacchi che ha subito dopo l’articolo del 1987. Sciascia con quell’articolo mancò completamente l’obiettivo, attaccando Borsellino. Tuttavia, pose una questione fondata: è mai possibile che basti fare due proclami in un convegno, costruirsi un’immagine mediatica per poi poter fare qualsiasi nefandezza senza che nessuno possa dirti niente? Criticare oggi determinati personaggi politici, che sono stati ad esempio presidenti o membri della Commissione antimafia e che oggi fanno scelte scellerate, ti iscrive automaticamente al partito dei filo-mafiosi. Questo è intollerabile! Come è intollerabile l’atteggiamento di certi personaggi che ci dicono “certe cose possiamo dirle solo noi, solo noi siamo i puri” e magari qualcuno ha una storia personale da far dimenticare e della quale nessuno va mai a chiedergli conto. Ci sono personaggi che hanno costruito carriere raccontando in giro per l’Italia storie false. C’è un personaggio che ha persino scritto di essere stato uno dei migliori amici di Giuseppe Fava al Giornale del Sud, mentre in quel giornale era stato portato da Alfio Spadaro e faceva parte del gruppo immesso nella redazione per fare le scarpe a Fava. Oggi lo vediamo con l’aria contrita alle celebrazioni del 5 gennaio. Nessuno gli ha mai sbattuto in faccia le sue bugie, perché non è educato, non è politicamente corretto.
Credo che ragionare su un certo modo di fare antimafia, quella che chiamo l’antimafia di carta, serva alla battaglia contro le mafie e per la legalità in questo Paese. L’antimafia dei salotti, serve a far carriera, a ottenere buoni contratti editoriali, magari a rimorchiare, ma credo sia una pratica indecente. C’è gente che ci ha rimesso la vita, il lavoro, la famiglia, gente che vive nascosta, blindata e che non va ai convegni, non gira nei salotti televisivi. C’e chi paga ogni giorno l’impegno per la legalità e la giustizia, persone delle quali nessuno conosce il nome.

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