Lo sporco capitalista sfruttatore di manodopera

Da: Walter Block, Difendere l’indifendibile, ed. or. 1976, trad. it. 1995.

“Se non fosse per la legge sul salario minimo sindacale ed altre legislazioni progressiste, i datori di lavoro, quegli sporchi sfruttatori capitalisti, abbasserebbero gli stipendi a loro piacimento. Ben che vada, verremmo ricacciati indietro ai tempi degli sweatshops [1]; e, nella peggiore delle ipotesi, ai tempi della rivoluzione industriale o anche prima, quando l’umanità combatteva una guerra, spesso perdente, con la fame … ”

Ecco la saggezza convenzionale sui meriti della legge sul salario minimo. Verrà dimostrato, però, che questa saggezza convenzionale è sbagliata, tragicamente sbagliata. … Quali sono gli effetti di questa legge, e quali le conseguenze?
Già a prima vista, la legge sul salario minimo non sembra una legge sull’occupazione, ma una legge sulla disoccupazione. Non costringe un datore di lavoro ad assumere un dipendente al livello di salario minimo, o a qualunque altro livello. Costringe il datore di lavoro a non assumere un dipendente a certi livelli di salario, a quelli, cioè, sotto il minimo stabilito dalla legge. Costringe il lavoratore a non accettare il lavoro — a prescindere dal suo desiderio di accettare un lavoro ad un livello di salario inferiore a quello minimo. Obbliga il lavoratore, che si trova di fronte ad una scelta tra un posto a paga bassa e la disoccupazione, a scegliere la disoccupazione. Né questa legge serve ad aumentare alcun salario; si accontenta di escludere quei lavori che non seguono la regola.
Come verrebbero determinati i salari in assenza di una legislazione sul salario minimo? Se il mercato del lavoro è composto da molti offerenti di manodopera (i dipendenti) e da molti richiedenti di manodopera (i datori di lavoro), allora l’indice del salario sarà fissato in accordo con ciò che l’economista chiama “produttività marginale della manodopera”: la produttività marginale della manodopera è la quantità di entrate supplementari che un datore di lavoro ottiene assumendo un dato lavoratore. In altre parole se, assumendo un dato lavoratore, le entrate complessive del datore di lavoro crescono di $60 a a settimana, allora la produttività marginale di quel lavoratore è di $60 alla settimana. L’ammontare del salario pagato al lavoratore tenderà ad essere pari alla produttività marginale del lavoratore stesso. Domandiamoci: perché è così, quando è noto che il datore di lavoro preferirebbe pagare il lavoratore praticamente niente, quale che sia la sua produttività? La risposta è: la concorrenza tra datori di lavoro.
Per esempio, supponiamo che la produttività marginale del lavoratore equivalga a $1 l’ora. Se egli fosse assunto a 5 centesimi l’ora, il datore di lavoro avrebbe un guadagno di 95 centesimi l’ora. Altri datori di lavoro farebbero offerte per avere quello stesso lavoratore. Anche se lo pagassero 6 centesimi, 7 centesimi, o 10 centesimi l’ora, il profitto che ne ricaverebbero renderebbe comunque proficue le loro offerte. Le offerte si arresterebbero una volta che il salario è arrivato a $1 l’ora, in quanto l’incentivo a fare offerte al lavoratore si fermerà soltanto quando il salario pagato equivarrà alla produttività marginale del lavoratore stesso.
Ma supponiamo che i datori di lavoro si mettano d’accordo per non assumere lavoratori a più di 5 centesimi l’ora. Questo succedeva nel Medioevo, quando i cartelli dei datori di lavoro si formavano, con l’assistenza dello Stato, per varare leggi che proibissero salari al di sopra di un certo limite. Accordi del genere possono funzionare solo con l’assistenza dello Stato, e vi sono buone ragioni per questo.
In una situazione dove non ci sia un cartello, il datore di lavoro assume un certo numero di lavoratori — il numero che egli ritiene gli frutterà il massimo profitto. Se un datore di lavoro assume solo dieci lavoratori, è perché pensa che la produttività del decimo sarà più elevata del salario che gli dovrà pagare, e che la produttività dell’undicesimo sarebbe invece inferiore a questa somma.
Quindi, se un cartello riesce ad abbassare a 5 centesimi l’ora il salario dei lavoratori che hanno una produttività marginale di $1 l’ora, ciascun datore di lavoro vorrà assumere molti più lavoratori. Questo si chiama “legge della domanda tendente al ribasso” (più il prezzo è basso, più gente vorrà acquistare). Il lavoratore la cui produttività era, agli occhi del datore di lavoro, leggermente inferiore a $1, e che dunque non conveniva assumere a $1 l’ora, verrà ora avidamente ricercato a 5 centesimi l’ora.
Questo ci porta al primo difetto del cartello: ogni datore di lavoro che vi partecipa sarà fortemente incentivato, da un punto di vista economico, a barare. Ciascun datore di lavoro cercherà di sottrarre lavoratori agli altri, e l’unico modo per poterlo fare sarà di offrire salari più alti. Quanto più alti? Fino ad $1, come abbiamo visto prima, e per la stessa ragione.
Il secondo difetto è che, anche dando per scontata l’assenza di membri che “barano”, altre persone estranee al cartello desidereranno assumere questi lavoratori a 5 centesimi l’ora: anche ciò tende a spingere i salari da 5 centesimi a $ 1 l’ora. Altri ancora, quali gli aspiranti datori di lavoro nelle aree senza cartello, gli artigiani autonomi che fino ad ora non potevano permettersi di assumere dei dipendenti, e i datori di lavoro che in precedenza avevano assunto solo lavoratori part-time, contribuirebbero tutti ad una tendenza al rialzo nel livello del salario. [In altre parole, Block vuole dire che il cartello è un falso problema perché settori diversi sono in concorrenza tra loro per aggiudicarsi i lavoratori. Ad esempio, se un notaio paga troppo poco il suo segretario, questi può diventare fornaio, o netturbino, o manovale, o tecnico delle caldaie; quindi un eventuale cartello di notai non potrebbe mai stabilire uno stipendio per i dipendenti al di sotto del prezzo di mercato dei settori concorrenti, NdM]
Queste spinte agiscono persino se i lavoratori stessi ignorano i livelli di salario pagati altrove, o se si trovano in aree isolate dove non esiste un’occupazione alternativa. Non è necessario che entrambe le parti di uno scambio siano a conoscenza di tutte le condizioni pertinenti. E’ stato detto che se le due parti non sono ugualmente ben informate, ne risulterà una “concorrenza imperfetta”, e che le leggi economiche in qualche modo non entreranno in azione. Ma ciò è errato. I lavoratori di solito hanno una scarsa conoscenza globale del mercato della manodopera, ma si presume che i datori di lavoro siano molto meglio informati. Ed è tutto ciò che serve.
Mentre il lavoratore potrà non essere bene informato sulle occasioni di lavoro alternative, è abbastanza accorto da scegliere il lavoro meglio retribuito. Tutto ciò che serve è che il datore di lavoro si faccia conoscere dal dipendente che guadagna meno della sua produttività marginale, e gli offra una paga più alta.
Ed è proprio ciò che avviene naturalmente. L’interesse personale del datore di lavoro lo porta, come guidato da una “mano invisibile”, a stanare i lavoratori a salario basso, offrire loro salari più alti, e aggiudicarseli. L’intero processo tende a far salire i salari al livello di produttività marginale. Questo vale non soltanto per i lavoratori urbani, ma anche per i lavoratori delle zone isolate, che non conoscono occasioni di lavoro alternative e che non avrebbero il denaro per andarsele a cercare, anche se ne fossero a conoscenza. E’ vero che il differenziale tra il livello di salario e la produttività del lavoratore ingenuo dovrà essere sufficientemente alto da compensare il datore di lavoro per i costi che si à sobbarcato per trovarlo ed informarlo delle alternative di lavoro, e per pagare le spese della sua trasferta. Ma ciò è quasi sempre vero, ed i datori di lavoro lo sanno da lungo tempo.
I wetbacks messicani [2] ne sono un esempio. Pochi altri hanno meno conoscenza del mercato della manodopera negli Stati Uniti, o hanno meno denaro per recarsi nei luoghi dove si trovano lavori più proficui. Non soltanto i datori di lavoro viaggiano per centinaia di miglia per trovarli, ma forniscono loro anche i camion e le spese di viaggio per trasferirsi al Nord. Infatti, i datori di lavoro provenienti da luoghi lontani come il Wisconsin vanno in Messico per trovare “manodopera a buon mercato” (lavoratori che ricevono meno della loro produttività marginale). Questo la dice lunga sui meccanismi di una oscura legge economica di cui i lavoratori non sanno nulla. (Ci sono proteste contro le pessime condizioni di lavoro di questi emigranti stagionali. Ma queste proteste arrivano soprattutto o da persone ben intenzionate che però non sono al corrente delle realtà economiche, o da quelle sfavorevoli all’idea che questi lavoratori sfortunati ricevano come compenso il pieno valore delle loro fatiche. I lavoratori messicani stessi considerano favorevoli i salari e le condizioni lavorative, rispetto alle alternative in patria. Ciò è dimostrato dalla loro disponibilità, anno dopo anno, a trasferirsi negli Stati Uniti durante la stagione dei raccolti.)
Non è, dunque, la legge sul salario minimo a salvare la civiltà occidentale da un ritorno all’età della pietra. Ci sono spinte di mercato e comportamenti per la massimizzazione del profitto da parte degli imprenditori che impediscono che i salari scendano al di sotto del livello di produttività. Ed il livello di produttività, a sua volta, è determinato dalla tecnologia, dall’istruzione e dalla quantità di capitale investito, non dalla quantità di leggi “socialmente progressiste” varate. La legislazione sul salario minimo non fa ciò che la stampa asserisce. Cos’è allora che veramente fa? Quali sono i suoi effetti reali?
Quale sarebbe la reazione di un lavoratore-tipo ad una legge che aumentasse il salario da $1 a $2? Se egli fosse già impiegato a tempo pieno, potrebbe desiderare di lavorare più ore. Se fosse impiegato solo parzialmente o disoccupato, è scontato che vorrà lavorare di più.
Il datore di lavoro tipico, viceversa, reagirà nel modo opposto. Egli vorrà licenziare praticamente tutti i lavoratori ai quali sarà costretto a concedere aumenti (altrimenti avrebbe concesso gli aumenti prima di essere costretto a farlo). [Se questo passaggio non fosse chiaro, provo a spiegarlo meglio. Per ipotesi, prima dell’aumento, lo stipendio del lavoratore era già quasi pari alla sua produttività. Quindi, dopo l’aumento forzoso, il suo stipendio diventa maggiore della sua produttività. Ma il datore di lavoro non può pagare un lavoratore più di quel che produce, perché così facendo andrebbe in perdita, e l’azienda fallirebbe. Quindi cercherà di licenziare quel lavoratore. NdM.]
A breve termine, però, il datore di lavoro deve mantenere alta la produzione, e quindi forse non sarà in grado di risolvere subito la situazione. Ma col passare del tempo sostituirà la sua manodopera non specializzata, improvvisamente costosa, con un numero minore di lavoratori (però più esperti) e con macchinari più sofisticati, in modo che la totalità della sua produzione rimanga costante. [Questo significa che la legge sul salario minimo toglie lavoro ai lavoratori meno qualificati, cioà quelli la cui produttività non è tale da giustificare il nuovo salario, NdM.]
Gli studenti di un corso introduttivo di economia imparano che, quando viene fissato un livello di prezzo al di sopra di quello d’equilibrio, ne risulterà un’eccedenza. Nell’esempio citato, quando viene fissato un livello di salario minimo sopra a $1 l’ora, il risultato è un’eccedenza di manodopera – nota anche come disoccupazione. Per quanto possa suonare iconoclasta, è dunque vero che la legge sul salario minimo provoca disoccupazione. Al livello di salario più alto, crea più persone disposte a lavorare e meno posti di lavoro a disposizione.
L’unica questione opinabile è la seguente: quanta disoccupazione crea la legge sul salario minimo? Ciò dipenderà dalla velocità con cui la manodopera non specializzata verrà sostituita dalla manodopera specializzata, altrettanto produttiva se associata a dei macchinari. Nella stessa nostra storia recente, per esempio, quando la legge sul salario minimo lo ha portato da 40 centesimi a 75 centesimi l’ora, cominciarono a scomparire gli ascensoristi. [Quelle persone che si vedono nei film degli anni ’50 che azionavano gli ascensori, NdM]. C’è voluto molto tempo, ma quasi tutti gli ascensori oggi sono automatizzati. La stessa cosa è successa ai lavapiatti non specializzati. Sono stati, e continuano ad essere, sostituiti da lavastoviglie automatiche, manovrate e riparate da lavoratori semispecializzati e specializzati. Il processo continua.
Man mano che la legge sul salario minimo viene applicata a settori sempre più vasti della popolazione non specializzata, e via via che il livello sale, le persone non specializzate affronteranno sempre più la disoccupazione. [E sono anche quelli che hanno maggior bisogno di lavorare, NdM.]
Infine, è importante osservare che la legge sul salario minimo ha effetti soltanto su coloro che guadagnano meno del salario minimo. Una legge che imponga a tutti di essere pagati almeno $ 2 l’ora non ha alcun effetto su chi guadagna già $10 l’ora. Ma prima di dare per scontato che la legge sul salario minimo si risolva semplicemente in aumenti di paga per i lavoratori a salario basso, considerate cosa succeederebbe se entrasse in vigore una legge sul salario minimo fissato a $100 l’ora. Quanti di noi hanno una simile produttività da trovare un datore di lavoro disponibile a pagare $100 l’ora per i nostri servizi? Soltanto coloro la cui produttività giustifica una paga tanto alta manterrebbero il posto. Gli altri si troverebbero disoccupati. E’ un caso limite, d’accordo, ma il principio in azione … è lo stesso. Quando i salari vengono aumentati per legge, i lavoratori a produttività bassa vengono licenziati.
Chi viene danneggiato dalla legge sul salario minimo? I lavoratori non specializzati, il cui livello di produttività è sotto il livello del salario fissato per legge. Il tasso di disoccupazione dei maschi neri tra i 13 e i 19 anni viene di solito (sotto)valutato intorno al 50%, tre volte il livello di disoccupazione della Depressione del 1933. E questa percentuale non considera neanche quei moltissimi che hanno rinunciato a cercarsi un lavoro per via di questo tasso di disoccupazione.
Il reddito perduto che questo rappresenta è soltanto la punta dell’iceberg. Di maggiore importanza è la formazione sul lavoro che questi giovani potrebbero acquisire. Se essi lavoorassero a $1 l’ora (o anche meno) anziché essere disoccupati a $ 2 l’ora, acquisterebbero competenze che li metterebbero in grado di alzare i propri livelli di produttività e di salario sopra i $ 2 nel futuro. Invece sono condannati alla vita di strada, all’ozio, e imparano solo quei mestieri che faranno guadagnare loro delle belle condanne penali.
Uno dei più grossi ostacoli che il giovane nero deve affrontare è la ricerca del primo lavoro. Tutti i datori di lavoro insistono sull’esperienza, ma come può ottenerla un giovane nero se nessuno lo assume? Ciò non è dovuto a un “complotto dei padroni” per denigrare gli adolescenti delle minoranze etniche. E’ dovuto alla legge sul salario minimo. Se un datore di lavoro è costretto a pagare la cifra di un lavoratore esperto, perché meravigliarsi che esiga poi quel tipo di manodopera?
E’ un paradosso che molti adolescenti neri valgano più del salario minimo, ma siano disoccupati proprio per colpa sua. Per poter essere assunti, con una legge sul salario minimo di $ 2 l’ora, non basta valere $ 2 l’ora. Bisogna essere considerati del valore di $ 2 l’ora, da un datore di lavoro che rischia di perdere denaro se non ci indovina, e che potrà andare in bancarotta se sbaglia troppo spesso. Con una legge sul salario minimo, un datore di lavoro non può permettersi di rischiare. E, purtroppo, i giovani neri sono spesso visti come una classe “a rischio”. Se si trovasse di fronte ad un datore di lavoro riluttante, uno degli eroi di Horatio Alger si presenterebbe virilmente e si offrirebbe di lavorare per un salario simbolico, o anche gratis, per un periodo di due settimane. Durante questo periodo il nostro eroe dimostrerebbe al datore di lavoro che la sua produttività merita un livello di paga superiore. Ancora più importante, egli si accollerebbe, insieme con il datore di lavooro, una parte del rischio che assumere un lavoratore senza una prova comporta. Il datore di lavoro accetterebbe perché così rischia poco.
Ma l’eroe di Horatio Alger non era costretto a battagliare con una legge sul salario minimo che rende un simile accordo fuori legge. Dunque la legge sancisce che vi siano minori possibilità per un adolescente nero di dimostrare in modo onesto quel che vale.
La legge sul salario minimo danneggia non solo il giovane, ma anche il commerciante e l’industriale nero del ghetto. Senza di essa, questi ultimi avrebbero a portata di mano, a differenza della loro controparte bianca, un serbatoio di manodopera a basso costo formata da giovani lavoratori neri, più accessiibili perché residenti nel ghetto, vicini al luogo di lavoro e che, inoltre, avrebbero indubbiamente meno risentimento verso un imprenditore nero, nonché un rapporto di lavoro più tranquillo con esso. Dato che questo è uno dei fattori più decisivi per la prooduttività in lavori di questi tipo, il datore di lavoro nero potrebbe pagare i suoi lavoratori più di quanto non potrebbe farlo uno bianco — e trarne comunque un profitto.
Per quanto infelici siano gli effetti sui giovani lavoratori neri, una tragedia più grande causata dalla legge sul salario minimo riguarda i lavoratori handicappati (gli zoppi, i ciechi, i sordi, coloro che hanno perso un arto, i paraplegici e gli handicappati mentali). La legge sul salario minimo rende effettivamente illegale che un datore di lavoro in cerca di profitto assuma una persona disabile. Ogni speranza di una benché minima autosufficienza viene abbattuta. La scelta che si presenta alla persona disabile è tra l’ozio e gli stratagemmi di un finto lavoro, sostenuti dallo Stato, che consistono in attività futili che demoralizzano quanto l’ozio. Che questi stratagemmmi siano sovvenzionati da uno Stato che al contempo rende impossibile un’occupazione onesta è un’ironia che pochi disabili troverebbero divertente.
Di recente, certe categorie di disabili (quelli con un lieve handicap) sono state esentate dalla legge sul salario minimo. E’dunque nell’interesse dei datori di lavoro assumere quelli con un “lieve handicap”: che infatti ora hanno dei posti. Ma se ci si è resi conto che la legge sul salario minimo danneggia la possibilità d’impiego degli individui “lievemente disabili”, ci si dovrebbe certo render conto che danneggia anche le possibilità degli altri. Perché gli individui gravemente disabili non ne sono esentati?
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Se la legge sul salario minimo non protegge l’individuo che si prefiggeva di proteggere, a quali interessi giova? Perché è stata varata una legge simile?
Tra i più rumorosi sostenitori della legislazione sul salario minimo ci sono i sindacati — e ciò deve farci riflettere, perché un socio medio di un sindacato guadagna molto di più del livello di salario minimo di $ 2 l’ora. Se egli guadagna $ 10 l’ora, come si è visto, il suo livello di salario è in accordo con la legge, e non ne viene, dunque, influenzato. E allora perché ci si dedica con tanto impegno?
La sua preoccupazione non è certo per il lavoratore oppresso (i suoi fratelli neri, Portoricani, Messico-Americani e Indiani-Americani), visto che il suo sindacato è tipicamente bianco al 99,44%, ed egli si oppone strenuamente all’ingresso di minoranze etniche nel suo sindacato. Allora cosa c’è dietro l’interesse del sindacato nella legislazione sul salario minimo?
Quando la legge sul salario minimo spinse verso l’alto i salari della manodopera non qualificata, la legge della domanda tendente al ribasso ha indotto i datori di lavoro a sostituire con la manodopera qualificata quella non qualificata. Allo stesso modo, quando un sindacato, composto soprattutto da lavoratori qualificati, ottiene un aumento di salario, la legge della domanda tendente al ribasso porta i datori di lavoro a sostituire la manodopera non qualificata con quella qualificata! In altre parole, poiché i lavoratori qualificati e non qualificati sono, entro certi limiti, intercambiabili, sono di fatto in concorrenza tra loro. Potrebbe ben accadere che 10 o 20 lavoratori non qualificati si trovino in concorrenza con (e possano quindi sostituire) 2 o 3 lavoratori qualificati, più un macchinario avanzato. Ma per quanto riguarda l’intercambiabilità, in particolar modo a lungo termine, non può esservi dubbio.
Quale modo migliore, per liberarsi della concorrenza, che costringerla a fare prezzi che la pongano al di fuori del mercato? Quale modo migliore per un sindacato, onde assicurarsi che il prossimo rialzo di salario non induca i datori di lavoro ad assumere crumiri non qualificati, non iscritti al sindacato (soprattutto gli appartenenti alle minoranze)? La tattica consiste nel far varare una legge che porti il salario dei non qualificati così in alto che essi non possano essere assunti, per quanto eccessive risultino le richieste di salario del sindacato. (Se le minoranze riuscissero a far varare una legge che obbligasse all’aumento di tutti i salari sindacali di 10 volte il livello attuale, potrebbero praticamente distruggere i sindacati. Le tessere diminuirebbero precipitosamente. I datori di lavoro licenzierebbero tutti i sindacalisti, e nei casi in cui non potesssero o non lo facessero, andrebbero incontro alla bancarotta.)
Ma perché i sindacati sostengono intenzionalmente e connsapevolmente una legge tanto dannosa? Non è questa la sede per appurare le motivazioni di questo comportamento, qui si rilevano soltanto le azioni e i loro effetti. Gli effetti della legge sul salario minimo sono disastrosi. Essa colpisce duramente i poveri, i non qualificati e i membri dei gruppi minoritari, cioè quelle persone per le quali, teoricamente, era stata ideata.

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Note:

[1] Piccole aziende che sfruttavano le maestranze, a cavallo del secolo, nelle città industriali degli USA, e che si distinguevano per le condiizioni di lavoro infime, promiscue e malsane, orari lunghissimi e paghe irrisorie.

[2] Letteralmente “dorsi bagnati’; perché entrano illegalmente negli USA attraversando a nuoto il fiume Rio Grande, confine tra il Messico e la California.

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