Un giudice racconta la tangentopoli catanese

2010.12.09 – Il giudice Giambattista Scidà, per molti anni presidente del Tribunale per i minori di Catania, è una delle voci di dissenso e di denuncia dei poteri forti della città.
Ecco come Scidà racconta in un suo blog (http://scida.wordpress.com/) gli ultimi trent’anni di una Catania non ufficiale, quella nascosta e inquietante degli imbrogli, talora trasversali, degli affari illeciti. Vi offriamo alcuni tasselli del mosaico dell’analisi del magistrato. Alcune storie emblematiche. Altre ne troverete nel sito; altre ancora devono essere ancora narrate e sono solo annunciate. Cominciamo qui  dalla Pretura di via Crispi.
Siamo alla fine degli anni 80, Scidà è presidente del Tribunale per i minori. Uno dei cavalieri del lavoro di allora (che Pippo Fava definirà Cavalieri dell’apocalisse mafiosa), Finocchiaro, si aggiudica, nonostante l’opposizione di politici e architetti e la denuncia di alcuni giornalisti, l’appalto per la costruzione della nuova pretura che sarà edificata al posto di un bell’edificio liberty. Il progetto lascia perplessi per l’ammontare della spesa irregolarmente finanzia­ta e sfonda, inoltre, i limiti volumetrici di comparto previsti. Tace la Sovrintendenza ai beni culturali, che, pure, in tempi precedenti, aveva imposto vincoli a tutela. E non si muovono i pretori (allora definiti d’assalto), compreso Gennaro, giovane magistrato giudicato tra i più solerti nel bacchettare la pubblica amministrazione.
Scidà ricorda anche il passaggio di Gennaro e D’Angelo in Procura, dove ci sarà anche Anna Finocchiaro che vi resterà fino a quando passerà in Parlamento, e l’elezione al CSM di Renato Papa.
Un capitolo a parte merita
nel blog di Scidà, Viale Africa, emblema della tangentopoli catanese.

Per aggiudicarsi l’appalto (spesa prevista 130 miliardi di lire) il cavaliere del lavoro Finocchiaro, lo stesso di via Crispi, distribuisce tangenti a burocrati, amministratori e politici. La Procura condanna chi ha incassato la tangente con l’accusa di concussione, e considera l’imprenditore vittima e non corruttore, permettendogli così di riprendersi le somme sborsate per corrompere.
E non poteva mancare la storia di San Giovanni La Punta (http://www.argo.catania.it/wp-content/uploads/2009/09/micromega_3_06.pdf). Si parte dal processo al clan Laudani, a Sebastiano e al figlio Gaetano, condannati per tentato omicidio e non per mafia. Il pubblico ministero è il magistrato Giuseppe Gennaro che acquisterà proprio a San Giovanni La Punta, regno dei Laudani, una casa costruita da Carmelo Rizzo, imprenditore, prestanome del clan nel campo dell’edilizia, che verrà poi ucciso proprio alla vigilia della sua collaborazione con la giustizia. Il magistrato acquisterà, insomma, l’immobile, da un referente del clan di cui era stato accusatore nel processo.

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