Processo del depuratore – prosegue il controesame dei consulenti

di Leone Venticinque, per il Laboratorio politico Vetustissima et Iucundissima

2010.11.20 – Nell’udienza di venerdì 19 novembre 2010 è proseguita l’attività istruttoria – esame e controesame dei consulenti che hanno presentato una relazione sull’incidente del 2008.
Risponde a una serie di domande degli avvocati l’ing. Vagliasindi, competente in materia di depuratori.
D – L’impianto era progettato bene?
R – Il depuratore di Mineo è sovradimensionato rispetto al numero di abitanti. Non sono stati rilevati difetti nella progettazione dell’impianto né nella sua realizzazione. Tutt’altro discorso in merito alla gestione e alla manutenzione.
D – È normale che un Comune gestisca in proprio il depuratore? Secondo lei il personale addetto al depuratore di Mineo era in grado, era capace di svolgere questa attività?
R – Se un Comune ha il personale competente, la cosa può funzionare. Il Comune di Mineo aveva ricevuto due offerte di gestione privata, una dalla Gambolati – la ditta costruttrice dell’impianto – e l’altro dalla stessa ditta che attualmente gestisce il depuratore di Caltagirone. Riguardo alle persone destinate dal Comune alla manutenzione del depuratore, non abbiamo trovato nessun documento che comprovi una formazione e un addestramento che sono necessari per acquisire le capacità di gestione di un impianto come questo. In sostanza, soltanto Pulici aveva ricevuto una attività formativa da parte della Gambolati, ma solo in merito ai controlli da effettuare sui campioni di acqua. All’avvio dell’impianto, come da contratto con la ditta costruttrice, ci fu un periodo di affiancamento nel quale Pulici aveva seguito le indicazioni di un certo Franceschi, referente locale della Gambolati per questo progetto, persona che d’altronde non è risultata iscritta a nessun ordine professionale e della quale non sono comprovate le capacità e le competenze in materia di depuratori.
D – Avete effettuato un esame delle note-spese del Comune, per quanto riguarda il depuratore? Secondo voi era necessario il supporto di una consulenza tecnica per procedere a suddette spese?
R – Sì, per esempio l’elettrolita che si usa per la disidratazione dei fanghi esiste in varie tipologie, tra le quali va scelto il più efficiente secondo il tipo di fanghi da trattare. Sicuramente sono cose che richiedono una competenza specifica, una capacità operativa e la conoscenza del processo in questione. In generale si è rilevato un ritardo di diversi anni per questi acquisti che invece avrebbero dovuto essere fatti subito, al momento di avviare l’impianto di depurazione. D’altra parte, proprio a proposito dell’elettrolita, in realtà questa sostanza non è stata usata neanche dopo l’acquisto, dato che la parte dell’impianto dedicata alla disidratazione non ha mai funzionato.
D – Qual’era l’operazione che le sei persone stavano compiendo al momento dell’incidente?
R – L’ordine di servizio parla di una “operazione di spurgo da fare sulla tubazione che collega la vasca dei biorotori a quella di sedimentazione”. È una descrizione imprecisa, comunque fa riferimento a tutt’altra parte dell’impianto rispetto a quella dove è avvenuto l’incidente. Non sappiamo cosa i sei avessero fatto nelle ore precedenti ma è abbastanza chiaro che prima di morire erano intenti a spurgare un’altra tubazione, quella che immette nel pozzetto di ricircolo dei fanghi. In altre parole, stavano compiendo una operazione non prescritta dall’ordine di servizio.
Dai documenti risulta un intervento il 6 giugno – cinque giorni prima dell’incidente – poi un sopralluogo domenica 8, infine vengono convocati alcuni impiegati che erano in ferie. Il tutto appare eccessivo per una operazione semplice come quella descritta nell’ordine di servizio. Anche considerando il lavoro che i sei stavano svolgendo al momento dell’incidente non c’era la necessità di tante persone, purché sapessero quello che stavano facendo. Il che, secondo il nostro parere, non era.
D – Potete escludere che le sei persone si trovassero tutte insieme fin dall’inizio nel pozzetto?
R – Questa ipotesi a mio avviso è da escludere perché si tratta di un ambiente angusto e tutt’altro che confortevole: non si vede la ragione per la quale avrebbero dovuto decidere di scendere là tutti quanti.
D – Un impianto di depurazione ben funzionante può produrre gas nocivi?
R – Sì: nella decomposizione della materia organica presente nelle acque fognarie, mediante fermentazione anaerobica (in assenza d’aria) si produce biogas ovvero una miscela composta principalmente da anidride carbonica, metano e idrogeno solforato.

Il controesame a tratti si svolge con una certa tensione, soprattutto nelle domande dell’avv. Carambìa che a questo punto mostra la documentazione delle analisi chimiche effettuate periodicamente sull’acqua in uscita dal depuratore. Secondo questa documentazione i prelievi dei campioni erano stati sempre effettuati dal Dott. Pezzella e i dati mostrano il buon funzionamento del depuratore. Nella sua risposta il consulente afferma, ripete e ribadisce che l’impianto non depurava niente e perciò qualsiasi dichiarazione di un analista sulla base di campioni presi effettivamente dall’impianto non può affermare il contrario. A suo modo di vedere è sorprendente che l’impianto, nelle condizioni in cui è stato trovato al momento dell’incidente, potesse funzionare in modo corretto. Poiché i certificati di analisi sostengono che il depuratore funzionava bene, necessariamente si deve mettere in dubbio la veridicità di suddette analisi che, o sono false, oppure sono state fatte su campioni falsi.

Dall’esame e controesame degli altri consulenti si confermano le tesi dei periti emerse nella precedente udienza sia per quanto riguarda la causa e le dinamiche della morte delle sei persone sia per quanto riguarda la cattiva gestione dell’impianto di depurazione. Per quanto riguarda invece l’ipotesi di sversamento di rifiuti provenienti da raffinerie mediante l’autospurgo, ci sono varie ricostruzioni alternative ugualmente plausibili e dunque il punto dovrà essere oggetto di ulteriori approfondimenti.

Entro la primavera del 2011 il processo del depuratore dovrebbe arrivare a conclusione. È questa la volontà espressa dal Presidente della Corte, che ha definito allo scopo un calendario delle prossime udienze pubbliche fino a febbraio: 3 e 10 dicembre, 21 gennaio, 1, 8 e 22 febbraio. Nel frattempo, poiché finora non c’è stata una iniziativa politica da parte della amministrazione di Mineo per chiarire – in sede di Consiglio Comunale o in altra sede pubblica – la propria posizione in merito al “processo nel processo” che sta investendo direttamente responsabilità di gestione del depuratore al di là dei fatti tragici in esso accaduti, poiché non c’è stata neanche una presa di distanza, una dissociazione da parte del sindaco e degli assessori competenti nei confronti dei responsabili tecnici ai quali era stato demandato il continuo controllo effettivo sul buon funzionamento delle strutture gestite dal Comune, appare inevitabile che il grave malgoverno del depuratore che i consulenti del Tribunale stanno facendo emergere sia interamente da imputare alle più alte cariche locali democraticamente elette al ruolo di amministratori della cosa pubblica.

Qui di seguito l’udienza del 2010.11.19 secondo “La Sicilia”, sabato 20 novembre 2010, p. 59:
Mineo, la strage nel depuratore – «Erano presenti idrocarburi non prodotti dall’impianto»

E’ proseguita ieri mattina – con il controesame dei consulenti del pubblico ministero (in aula il sostituto procuratore Sabrina Gambino) – l’istruttoria dibattimentale nel processo che, davanti al Tribunale penale di Caltagirone, vede imputati, a diverso titolo, sette fra amministratori, dirigenti e funzionari del Comune di Mineo e rappresentanti dell’impresa per la strage nel depuratore di Mineo.
Nell’incidente, avvenuto l’11 giugno del 2008, a causa delle esalazioni tossiche formatesi nel pozzetto di ricircolo dei fanghi, morirono i dipendenti comunali Giuseppe Zaccaria, 47 anni, Natale «Giovanni» Sofia, 37, Giuseppe Palermo, 57, e Salvatore Pulici, 37, e due operai della ditta incaricata dell’espurgo, Salvatore Tumino, 47 anni, di Ragusa, e Salvatore Smecca, 47 anni, originario di Gela.
I consulenti della pubblica accusa hanno riferito che, nel pozzetto in cui avvenne la strage, si verificò la presenza di idrocarburi non prodotti dall’impianto; una circostanza, questa, che corrobora la tesi della Procura (coordinata da Francesco Paolo Giordano), secondo la quale la morte dei sei sarebbe stata provocata dalle esalazioni provocate dallo sversamento illecito nella vasca di idrocarburi dall’autobotte della ditta. Secondo i consulenti, inoltre, l’impianto non sarebbe stato gestito correttamente e in esso si sarebbero, quindi, registrate disfunzioni.
Prossima udienza il 3 dicembre per completare il controesame degli stessi consulenti.
M. M.

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