La questione cattolica di Fini

[fonte]

di Antonio G. Pesce

L’opinione pubblica cattolica è in fermento. E, da quel che pare, anche le gerarchie, che non trovano più nel panorama politico italiano l’uomo di riferimento. E se Berlusconi mette in imbarazzo per la condotta personale non molto “consona” al profilo istituzionale e culturale ricercato dai vescovi, Gianfranco Fini ha deluso molte delle aspettative che su di lui si erano concentrate per circa un decennio, dalla metà degli anni ’90 a quella del decennio successivo, quando il Cavaliere di Arcore, a causa di alcune sue uscite più “libertarie” che liberali, non riscuoteva le simpatie cattoliche.
Oggi non è più così. La ‘destra europea’ di Della Vedova, Granata e Campi non piace sotto il Cupolone e neppure nelle sacrestie d’Italia. Il che è peggio, perché in quelle sacrestie che non sono più soltanto luoghi dello spazio, ma anche dell’intelletto, cartacee ed ormai soprattutto telematiche – il mondo cattolico si è gettato a capofitto nel mondo di Internet, invadendolo di migliaia di siti, forum, giornali online – passa l’opinione organizzata di centinaia di migliaia di voti. E se questi sono i gruppi più distanti (e avversi) dal libertarismo finiano, pronti a turarsi il naso e votare ancora un Pdl a guida non molto casta, ma dai toni meno laicizzanti, o ricorrendo all’Udc, almeno fino a quando nel Partito della Nazione di Casini continuerà a trovare rappresentanza la sensibilità cattolica, quelli più aperti alla negoziazione, perfino su valori ritenuti dalla gerarchia fondanti, non accettano tuttavia il ricorso continuo a toni da deriva laicista, che sembra più voler tacitare che non spronare al dialogo il mondo cattolico.
Una deriva che potrebbe costare molto. Soprattutto ad un partito che non ha ancora chiara la propria collocazione pubblica: quale società (fetta di società) rappresentare? Quali valori? Aspettando che Saviano chiarisca le idee al capo, i finiani sono corsi ai ripari, cercando di limitare la fuga dell’elettorato cattolico vicino storicamente alla destra missina. Così, nei giorni scorsi, sia Urso che Bocchino si erano richiamati ai moniti della Chiesa sulla questione sociale e gli immigrati. E se non stupisce che a farlo sia il napoletano, già editore di una rivista, i Conservatori, dalle posizioni assai moderate, è indice invece di una certa paura il fatto che a correre ai ripari sia stato anche il presidente del partito. Urso, infatti, negli anni di An, quando non erano permesse le correnti, aveva organizzato la sua “destra” attorno alla rivista ‘Charta minuta’, le cui posizioni allora mettevano non poco in imbarazzo i compagni di partito, se non più di quanto faccia oggi Della Vedeva, certamente non meno.
E che qualche discorso (pensiamo a quello di Bastia Umbra) si sia spinto ‘oltre’, soprattutto ora che le elezioni son vicine, e che l’elettorato cattolico, facile da stimmatizzare in tempo di mere discussioni, diventa determinante alle urne come ogni altra componente dell’opinione pubblica, lo dimostra la lettera apparsa sabato scorso a firma di Gianfranco Fini sul quotidiano ‘Avvenire’, pensatoio cattolico vicino alla Cei. Nella lettera il presidente della Camera, dopo la lamentela di rito contro il fraintendimento delle sue posizioni, e una analisi sociologica dell’attuale contesto storico non poco problematica (Fini cita globalizzazione e immigrazione quasi a causa dell’insorgere di alcune questioni etiche, tralasciando volutamente di considerare che quelle motivo di tensioni con l’elettorato di stampo cattolico non so portate da fuori, ma nascono dal di dentro delle nostre società), scrive: «Da uomo politico e delle istituzioni ho sempre riconosciuto il valore fondante della famiglia, così come garantita dall’articolo 29 della Costituzione, e mi sono sempre opposto ad ogni ipotesi di parificazione di trattamento tra matrimonio e unioni di fatto, specie di quelle omosessuali. Ma non per questo ritengo giusto, di fronte all’insufficienza di forme ed istituti giuridici, ignorare alcune legittime esigenze che meritano di essere prese in considerazione dal nostro ordinamento in virtù di quella idea di “laicità positiva” intesa come punto di incontro tra diverse concezioni etiche presenti nella società», finendo poi per concedere alla Chiesa cattolica, «per ragioni storiche e per la sua forte e radicata presenza», un ruolo nella discussione.
La risposta di Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, è già tutta nel titolo del suo pezzo: «Parole non convincenti, ma utili», dove il posto dato ai due diversi aggettivi già qualifica la risposta. Tarquinio riconosce a Fini di aver detto parole condivisibili sulla questione sociale inerente i cittadini italiani ed immigrati. Ma è su alcune «rischiose argomentazioni … a proposito di novazioni ordinamentali in materia familiare» che si concentra la preoccupazione cattolica. Dopo aver registrato un certo «ronzio radicaleggiante» dentro Fli – che è poi quello che preoccupa di più, al di là delle particolari uscite di Fini e compagni – Tarquinio scrive chiaramente: «Oggi devo prendere atto di altre importanti affermazioni, in particolare del passaggio in cui lei esclude “ogni ipotesi di parificazione di trattamento tra matrimonio e unioni di fatto, specie di quelle omosessuali”, e di alcune sorprendenti interpretazioni (su cui non qui non mi soffermo). Ma devo soprattutto sottolineare che lei torna a parlare della “insufficienza di forme e istituti giuridici” in materia familiare, evocandone una pluralità che sia specchio di “diverse concezioni etiche”. Temo che la strada sia scivolosa e rischi di finire da un lato nel burrone giuridico dei “matrimoni di serie b” (pacs e dintorni) e dall’altro di sfiorare quello dei “matrimoni a tempo” pure giustificati da qualche etica per noi esotica (nonché dai fautori del divorzio–lampo alla Zapatero). Mi auguro che non sia così, ma questo s’intravvede. Ed è abbastanza.».
Concludendo (e citando Bagnasco) che, se i valori fondanti di uno Stato non sono sempre chiari, non si vede come si possa rispondere «con solidarietà e giustizia a situazioni e sfide emergenti». Su questo aspetto la posizione di Tarquinio è netta: Fini non ha dato «una risposta convincente e chiara». E siamo ancora solo all’inizio.

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