Dal processo del depuratore nuova luce sulla dinamica dei fatti e sulla cattiva gestione dell’impianto

di Leone Venticinque, per il Laboratorio politico Vetustissima et Iucundissima

2010.11.09 – Nell’udienza di venerdì 8 ottobre 2010 sono intervenuti alcuni consulenti che hanno portato a conoscenza dell’opinione pubblica importanti novità per la ricostruzione dei fatti avvenuti l’11 giugno di due anni fa.
Il medico legale racconta di essere arrivato sul luogo dell’incidente nel pomeriggio, intorno alle 16.30. Constatata la presenza dei cadaveri nella vasca, ha atteso che i vigili del fuoco effettuassero il recupero dei corpi, operazione che ha richiesto alcune ore. Poi appena è stato possibile ha proceduto alla svestizione e al lavaggio, rinviando il seguito dell’indagine ai giorni successivi in quanto era ormai sera.
Le autopsie sono state effettuate nei giorni 13 e 14 giugno presso le strutture apposite di Caltagirone, Mineo e Palagonia e hanno permesso al medico legale di ricostruire con buona approssimazione la dinamica degli eventi. Pulici era entrato per primo nella vasca – era l’unico a portare stivali di gomma – e è stato il primo a perdere i sensi per l’intossicazione acuta da idrogeno solforato altrimenti detto acido solfidrico, un gas normalmente prodotto della decomposizione dei liquami, che era presente in elevate concentrazioni in quell’ambiente confinato e si è comportato come un killer invisibile perché già a basse concentrazioni il suo odore non si sente più per il blocco del nervo olfattivo. Tumino si trovava sui gradini della scala a pioli per aiutare Pulici nel tentativo di disostruire una tubazione e, per effetto del gas, è caduto sul pavimento provocandosi una piccola ferita al volto, svenuto e incapace di rialzarsi. A quel punto sono sopraggiunti Smecca e Palermo, cadendo storditi nella vasca e urtandone il pavimento, ancora non ricoperto dai fanghi come è stato poi trovato. Infine Sofia e Zaccaria, anch’essi vittime dell’idrogeno solforato, muoiono nella vasca quando già il livello dei fanghi è salito di alcune decine di centimetri. Tutto avviene in pochi minuti, l’orologio al polso di Zaccaria si ferma alle ore 14.
Come è già emerso da altre fasi del processo i sei operai erano sprovvisti di qualsiasi protezione ma la pericolosità del gas presente sul posto era tale da rendere indispensabili sistemi atti a determinare un completo isolamento dell’operatore dall’ambiente circostante, vale a dire tute integrali e autorespiratori con bombole, nonché l’imbracatura con una fune per consentire il soccorso dall’esterno dello spazio confinato. Da notare che sul mezzo autocisterna portato al depuratore dagli operai della ditta esterna con l’incarico di prelevare i fanghi era presente un apparecchio dotato di sensori capaci di rilevare la presenza di gas tossici nell’aria, apparecchio che però non è stato utilizzato per ragioni misteriose.
La perizia tecnica effettuata sui fanghi presenti nella vasca e su quelli contenuti nell’autocisterna ha dimostrato inequivocabilmente che si trattava di sostanze diverse: normali fanghi estratti dalle acque fognarie i primi, scorie di lavorazione di prodotti petroliferi i secondi. Sarà compito dei titolari della ditta di Ragusa dare spiegazioni plausibili sul perché della presenza di tali rifiuti speciali portati da chissà dove nell’impianto di depurazione di Mineo.
Il consulente successivo è docente universitario di ingegneria sanitaria ambientale e illustra con foto e grafici il funzionamento di un depuratore nelle sue varie fasi di trattamento delle acque fognarie. Dai sopralluoghi che ha effettuato al depuratore di Mineo nel giorno dell’incidente e in occasioni successive si sono rese evidenti un gran numero di anomalie nella gestione dell’impianto, tali da pregiudicarne in modo pressoché totale il funzionamento – già negli scorsi mesi il Pubblico ministero aveva parlato di un “non depuratore”. È lo stesso parere del terzo consulente, docente universitario di chimica e biochimica, il quale evidenzia che il depuratore non era in grado di ridurre il grado di inquinamento delle acque fognarie, che dunque venivano gettate a valle verso la piana “tal quali”. Questo stato di cose sarebbe durato dal primo anno di attività del depuratore fino al giorno dell’incidente, a seguito del quale tutto l’impianto è stato disattivato e chiuso. Contrariamente a quanto avviene di solito per comuni di piccole dimensioni, nel caso di Mineo l’Amministrazione in carica aveva deciso di affidare la gestione del depuratore non a ditte specializzate esterne ma a un custode, Pulici, con l’intervento occasionale degli impiegati fontanieri del Comune. La perizia tecnica mostra senza possibilità di dubbi una pessima gestione e manutenzione dell’impianto, tale da non farlo funzionare e dunque le acque in uscita erano praticamente altrettanto inquinate – e inquinanti – di quelle in entrata. Il depuratore non è mai stato gestito da personale competente e di conseguenza non ha mai depurato le acque di scarico.
Un simile stato di cose chiama logicamente in causa il tema dei controlli sul depuratore, ai quali provvedevano due entità distinte. La prima era l’ente regionale Arpa, che negli anni ha effettivamente rilevato anomalie e ha elevato multe che il Comune di Mineo ha dovuto pagare. Il secondo era un tecnico di laboratorio, Dott. Pezzella, che dal 2004 ha sempre certificato la conformità con i parametri di legge dei campioni di acqua “depurata” e quindi ha dichiarato la perfetta funzionalità del depuratore; il che è falso stando a quanto risulta dalle perizie tecniche effettuate per il processo. Se dunque i consulenti hanno messo in serio dubbio la affidabilità dei campionamenti, secondo i quali le acque venivano depurate davvero, va anche detto che Pezzella lavorava su campioni non prelevati direttamente a sua cura, ma dal custode, con tutto ciò che questo può significare.
Accanto alla lunga ricerca della verità sui responsabili della morte dei sei operai, il processo sta facendo emergere già nella fase attuale una serie di reati distinti e separati contro l’ambiente. Per un territorio come quello di Mineo, che ha nell’agricoltura il proprio punto di riferimento economico e che nel prossimo futuro è chiamato a valorizzare ben più che in passato le proprie bellezze naturali e la qualità dei suoi prodotti, tale stato di cose chiama a raccolta tutta la società, di fronte alla quale gli amministratori presto o tardi dovranno dare conto delle proprie responsabilità politiche in una seduta pubblica del Consiglio Comunale.
La prossima udienza del processo è stata fissata al giorno 19 novembre ore 9 e consisterà nell’audizione – esame e controesame – di altri consulenti.

Si veda in proposito il seguente articolo:

[“La Sicilia”, sabato 9 ottobre 2010, p. 50]

mineo, il processo per la strage nella cisterna

I periti confermano: «Gas tossici in una concentrazione anomala»

La deposizione dei medici legali e di tre periti ha caratterizzato l’udienza del processo, davanti al Tribunale di Caltagirone, a sette persone per l’incidente sul lavoro nel depuratore comunale di Mineo, avvenuto l’11 giugno del 2008, in cui morirono sei persone.
I medici legali hanno confermato che il decesso è stato causato dall’inalazione di gas tossici, mentre i periti hanno confermato la presenza sul luogo dell’incidente di concentrazione anomala di gas tossici. L’udienza è stata aggiornata al 19 novembre prossimo per il contro esame dei medici legali e dei tre periti dei difensori.
Imputati sono il sindaco Giuseppe Castania; l’assessore con delega ai lavori Pubblici, Giuseppe Mirata; il responsabile ufficio tecnico del Comune, architetto Marcello Zampino; l’addetto ai servizio del depuratore, geometra Antonino Catalano; il responsabile del servizio di prevenzione, Giuseppe Virzì; il titolare della omonima azienda di espurgo di Ragusa, Salvatore Carfì e il capo cantiere della ditta, Salvatore La Cognata.
Nell’incidente morirono i dipendenti comunali Salvatore Pulici, Giuseppe Palermo, Natale Sofia e Giuseppe Zaccaria e due operai della società Carfì, Salvatore Tumino e Giuseppe Smecca.
Secondo l’accusa, sostenuta dal procuratore capo di Caltagirone, Francesco Paolo Giordano, la morte dei sei operai sarebbe stata causata dall’esalazioni tossiche formatesi nel pozzetto di ricircolo dei fanghi durante le fasi della sua pulizia, che, secondo una perizia disposta dalla Procura e eseguita da tre docenti universitari, sarebbero state prodotte dallo sversamento illecito nella vasca di idrocarburi dall’autobotte della ditta Carfì che si trovava a operare sul posto.

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3 thoughts on “Dal processo del depuratore nuova luce sulla dinamica dei fatti e sulla cattiva gestione dell’impianto

  1. Un’osservazione giusta che si può fare è chiedere al sindaco e alla sua giunta che ci stanno a fare ancora al palazzo. Che abbiano la dignità di dimettersi perchè è da due anni che il comune di Mineo è paralizzato.

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