Referendum sull’acqua pubblica – si forma il Comitato per il no

2010.07.20 – Presentato ufficialmente oggi, alla Camera dei Deputati, Acqualiberatutti, il comitato per il No al referendum sulla nazionalizzazione dell’acqua. “Se vincerà il fronte del sì – denuncia il neocomitato – uno dei risultati inevitabili sarà che gli italiani dovranno pagare una nuova tassa per l’acqua, dal momento che per far fronte agli sprechi e ai necessari investimenti di ammodernamento degli acquedotti servono 60 miliardi di euro”.Secondo Acqualiberatutti (che sta raccogliendo le adesioni di politici di entrambi gli schieramenti, ricercatori, professionisti e società civile), chi ha firmato contro la “privatizzazione dell’acqua” ha in realtà firmato contro la libertà di organizzazione del settore. “Le attuali norme prevedono che, ferma restando la proprietà pubblica dell’acqua, la gestione dei servizi sia affidata tramite procedure di gara trasparenti – spiega Antonio Iannamorelli (Pd), uno dei promotori – Se vincessero i sì, si tornerebbe ad una gestione di sprechi, più imposte ai cittadini e un uso clientelare della cosa pubblica”.
“Il comitato per il sì ha fatto una propaganda falsificata, facendo passare un messaggio errato – spiega Benedetto Della Vedova (Pdl e presidente di Libertiamo), – Il decreto Ronchi non prevede certo che l’acqua diventi privata. Quello che è in discussione è il servizio di trasporto dell’acqua dalla sorgente al rubinetto, che ha dei costi. Ma il fronte del sì vuole che tutto ciò sia fatto dello Stato, tornando quasi ad una gestione sovietica del servizio. Eppure in Italia la libera concorrenza sul fronte dell’elettricità e della telefonia ha dato grandi risultati”. Per il presidente di Libertiamo, il referendum butterà’ una bomba a orologeria nel Pd: alla consegna delle firme raccolte per promuovere il referendum mi sarei aspettato una presa di posizione da parte del Pd o del suo segretario, per chiarire quella che è la realta”. E cioè, continua Della Vedova, ‘che l’impostazione del referendum e’ quella di riportare la gestione del servizio idrico ad un sistema statale, quasi sovietico. O Bersani pensa di dire in televisione che il decreto Ronchi attenta a un diritto fondamentale? Non puo’ farlo e lo sa, perchè non è vero”.
Per Giuliano Cazzola, l’altro deputato del PdL presente alla conferenza stampa, si tratta di una “battaglia difficile e resa ancora più complicata dal fatto che i referendari hanno veicolato, un messaggio sbagliato”.
“Il comitato si costituirà ora”, conclude Piercamillo Falasca, vicepresidente di Libertiamo, “presso la Corte Costituzionale. Ci batteremo per sottolineare l’incostituzionalità dei quesiti referendari. Metà dell’acqua trasportata si perde e viene sprecata. E se si elimina qualsiasi forma di redditività del servizio, nessuno farà mai gli investimenti necessari”. A condividere la battaglia dei referendari per il ‘no’ anche la deputata dell’Udc Anna Teresa Formisano e Franco Bassanini, ex ministro e Presidente della Cassa depositi e prestiti.
Tra le organizzazioni aderenti, oltre a Libertiamo, anche l’Istituto Bruno Leoni e l’Adam Smith Society.

L’Istituto Bruno Leoni aderisce al Comitato per il no ai referendum sulla “privatizzazione” dell’acqua.

Dice Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’IBL: “un milione e quattrocentomila persone sono state ingannate: gli è stato chiesto di firmare contro la ‘privatizzazione’ dell’acqua e contro gli aumenti tariffari, quando in realtà stavano firmando per consegnare alla casta il controllo delle risorse idriche. In Italia, infatti, l’acqua non è mai stata privatizzata e nessuno propone di privatizzarla: semplicemente, il nostro paese si è parzialmente allineato agli standard europei che prevedono di affidare il servizio idrico tramite gara. Solo in questo modo è possibile costruire una cornice legale e regolatoria favorevoli agli investimenti necessari in tutto il ciclo idrico, dalla captazione delle acque fino alla depurazione.
L’alternativa, naturale conseguenza dell’eventuale vittoria dei sì ai referendum, è la gestione politicizzata, clientelare e sprecone che ci ha portato nell’attuale situazione in cui più di un terzo dell’acqua va sprecata e troppi comuni sono ancora privi di impianti di depurazione decenti. La normativa esistente è per molti versi inadeguata, ma occorre farle fare dei passi avanti verso una maggiore apertura al mercato, non un balzo indietro verso un passato partitocratico che nessuno rimpiange”.

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