Quell’ospedale è un fantasma

di Attilio Bolzoni, “La Repubblica”, 1989.01.11, p. 20.

L’ultima appendicite è stata asportata la mattina del 17 luglio del 1984. Un intervento semplice e senza complicazioni, nella sala operatoria dell’ ex monastero dei Benedettini che un mecenate mezzo secolo prima aveva trasformato in ospedale. Due grandi padiglioni, il pronto soccorso, un esercito di infermieri, un grande giardino con vista panoramica sugli aranceti della pianura di Catania. Ma c’erano allora anche chirurghi, anestesisti, ortopedici, specialisti di ogni branca e genere della medicina. Una struttura modello per Mineo, paese su una montagna che guarda l’Etna fondato da Ducezio, re dei Siculi che non voleva piegarsi alla colonizzazione greca. Un ospedale che in pochi anni ha conquistato però un primato poco invidiabile, è, l’ultimo nelle graduatorie del ministero della Sanità. Un solo medico reperibile ventiquattro ore su ventiquattro, nemmeno una vecchia e sgangherata ambulanza, sofisticate apparacchiature ammassate nei magazzini, reparti sigillati, quasi due miliardi di costo l’anno. Degenti, due: un anziano signore entrato l’altro ieri per un insufficienza cardiorespiratoria e una donna con problemi vascolari. La gente di qui non si fida di un ricovero in corsia. E ha ragione. Non si può fidare di un ospedale dove non si opera più, dove non si fanno neppure le analisi del sangue, dove è impossibile anche la radiografia per un piede fratturato. Tutto chiuso, non c’ è personale, non ci sono malati. L’unico medico dell’ospedale San Lorenzo di Mineo è un giovane cardiologo che da qualche mese fa contemporaneamente tante cose. Il direttore sanitario, il ragioniere, le visite all’ambulatorio esterno, il primario, l’assistente, l’aiuto. Lavora dalle cento alle centoventi ore la settimana, da mesi non ha un solo giorno di libertà per non lasciare incustodito l’ex monastero. Un prigioniero dentro un ospedale che nessuno vuole fare funzionare. Il medico tutto fare si chiama Valerio Parisi, ha 34 anni, è catanese, ha qualcosa da dire al ministro Carlo Donat Cattin: Il ministro della Sanità ha detto che qui siamo in Africa. Bene, dovrebbe venire a Mineo per vedere come funzionano certe cose. E aggiunge Parisi: Donat Cattin ha anche detto che i medici lavorano poco. Certo, questi problemi dalle sue parti, ad Asti o a Cuneo, non ci saranno, ma gradirei che il signor ministro mi spiegasse che tipo di medico sono io. Ci sono quelli a tempo definito, quelli a tempo pieno, io invece non posso nemmeno andare a casa…. L’incredibile storia dell’ospedale di Mineo ha un grande colpevole: la riforma sanitaria. La morte del San Lorenzo comincia il giorno dopo che la struttura ospedaliera passa sotto la giurisdizione della Usl 29 di Caltagirone, la città che ha dato i natali a Luigi Sturzo ma anche a qualche ex assessore regionale alla Sanità che di quella Unità Sanitaria ne ha fatto il suo feudo elettorale. L’ospedale fino a quel momento funziona a meraviglia con cinque medici in pianta organica e una mezza dozzina di specialisti che si alternano dal lunedì al venerdì. Poi improvvisamente i medici diventano quattro, poi ancora tre, due… A Mineo non arrivano più nemmeno medici per le solite visite in ambulatorio, chiude la sala operatoria, chiude il laboratorio di analisi, chiude (proprio quando arrivano macchinari per diverse centinaia di milioni) anche lo studio radiologico. L’ospedale si trasforma in un deserto. Dai mille ricoverati del 1983 si scende a poche decine di degenti del 1988. I quaranta posti letto dei due vecchi padiglioni sono quasi sempre liberi, ma dalla Usl 29 qualcuno vorrebbe far partire un finanziamento di un miliardo e mezzo per costruire una nuova ala. Tutti questi soldi non si spendono nemmeno in una di quelle lussuose cliniche svizzere, osserva Valerio Parisi. Un paio di mesi fa dalla Usl 29 gli è arrivato un invito: firmare un po’ di carte per acquistare strumenti di precisione per 400 milioni da sistemare nel laboratorio di analisi che non funziona. Parisi si è rifiutato. Glielo ho detto chiaro e tondo: io non firmo nulla. Magari poi fanno anche gare d’appalto a trattativa privata…. Il prigioniero dell’ospedale San Lorenzo ricorda tante storie del suo ospedale aprendo e chiudendo le porte di quelle che una volta erano le celle del monastero. La stanza numero 23 è lo studio radiologico con le apparecchiature nascoste dalle coperte, la stanza 25 è quella del primario di un reparto che non c’è, la stanza 27 è un laboratorio dove l’ultima analisi delle urine è stata eseguita nei primi giorni del febbraio del 1987. Quando qualcuno viene qui, spiega ancora Parisi, spesso non possiamo fare nulla, non possiamo sapere se è in coma diabetico perché è impossibile controllare la glicemia, se ha una lussazione o una vera frattura perché non si può fare una radiografia. E intanto…. E intanto qualcuno può lasciarci la pelle. La città di Caltagirone è lontana, quasi trenta chilometri su una provinciale tutta curve che scende dalla montagna. L’anno scorso fuori dal paese c’è stata un’ esplosione in un frantoio. Tre operai in gravi condizioni che dovevano finire in sala operatoria a Caltagirone ma non c’ erano ambulanze. Sullo stradone che costeggia l’ospedale Parisi ha fermato le auto di passaggio per trasportare i feriti. Il giovane cardiologo giorni fa ha spedito un fonogramma di diffida alla Usl 29. Adesso l’Unità sanitaria ha comandato un altro medico nell’ospedale di Mineo per 120 ore l’anno, quasi venticinque giorni lavorativi. Ma Rosario Cannizzo, questo è il suo nome, si è già rivolto al pretore del lavoro perché è un sindacalista che non può essere distaccato in altra sede.

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